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Al MIG di Castronuovo Sant’Andrea Marino Marini e Kengiro Azuma

Sabato 26 settembre 2015, alle ore 20.30, in Castronuovo Sant’Andrea, nelle sale del MIG. Museo Internazionale della Grafica – Biblioteca Comunale “Alessandro Appella” – Atelier “Guido Strazza”, si inaugura la mostra dedicata all’opera graficadi Marino Marini e Kengiro Azuma che continua il lavoro di informazione iniziato il 20 agosto 2011 con la storia della grafica europea e proseguito con le personali di Mirò, Degas, Renoir, Bonnard, Matisse, Dufy, Picasso, Calder, Ben Shann, Secessione di Berlino, Pechstein, Zadkine, Bernard, Marcoussis e Henri Goetz, Del Pezzo, Mascherini e Bartolini accompagnati, rispettivamente, dalla mostra di Renoir in poi, dalla presenza in controcanto di: Gentilini, Strazza, Accardi, Ciarrocchi, Consagra, Melotti, Maccari, Bucci, Perilli e Raphael.
100 fogli, incisioni e litografie, dai primi anni Quaranta alla seconda metà degli anni Settanta per Marino e dai primi anni Settanta al 2010 per Azuma, illustrano il percorso artistico dei due maestri. Com’è noto, nell’esperienza formale e tecnica di Marino Marini vi fu dapprima la pittura e solo dopo il trasferimento in Lombardia, intorno agli anni Trenta, la scultura prese il sopravvento e gli creò fama universale. Le opere pittoriche del periodo di formazione trascorso in Toscana, documentano il fascino che in lui suscitò la conoscenza di Piero della Francesca e Masaccio, ma anche la sua avida curiosità nei confronti delle novità di fine ottocento, secondo referenze tutt’altro che locali o provinciali. I colori delle sue tele sono completamente inventati, nati da una fantasia fervida e originale. Nonostante la scelta successiva sia in funzione prevalentemente plastica, le esperienze pittoriche, il disegno e la stessa coltivatissima esperienza grafica continueranno a costeggiare con ispirazione tutta la sua attività creativa, espressa con costanza tra tradizione e modernità. Il tema più significativo e maggiormente trattato da Marino fu quello equestre. Il mito del cavaliere, dell’uomo che prende forza dall’animale che egli domina, che lo conduce o lo disarciona, si sviluppa di anno in anno rendendo l’opera originale e completa. In alcune sculture, il legame tra il cavaliere e il cavallo diventa quasi simbiotico, come se l’artista volesse fondere in uno i due corpi e giungere alla rappresentazione di un mitico centauro. I cavalieri di Marino, almeno fino agli anni drammatici della guerra, furono anche figure serene e calibrate, salde nel loro equilibrio, armoniose nell’alternarsi di curve morbide e di forme squadrate. “Le mie statue equestri – dirà lo scultore nel 1972 – esprimono il tormento causato dagli avvenimenti di questo secolo. L’inquietudine del mio cavallo aumenta a ogni nuova opera, il cavaliere è sempre più stremato, ha perduto il dominio sulla bestia e le catastrofi alle quali soccombe somigliano a quelle che distrussero Sodoma e Pompei. Io aspiro a rendere visibile l’ultimo stadio della dissoluzione di un mito, del mito dell’individualismo eroico e vittorioso, dell’uomo di virtù degli umanisti. La mia opera degli ultimi anni non vuole essere eroica, ma tragica”. Numerosi sono anche i ritratti, vere e proprie letture dell’essere umano, e sculture di personaggi desunti dalla commedia dell’arte e dal piccolo mondo del circo. Il suo amore era rivolto all’arcaico, al disadorno autentico, alieno da deviazioni barocche, e mirava in linea diretta all’espressività, la stessa che l’opera grafica ha contribuito a far nascere e ad amplificare..
A questo mondo, popolato di cavalieri, di forme arcaiche, si accostò il giovane Kengiro Azuma quando, nel 1955, grazie a una borsa di studio, lasciò il Giappone per trasferirsi a Milano e frequentare l’Accademia di Brera. L’intesa con Marino Marini, suo maestro in Accademia, fu subito evidente, tanto da diventarne, anche dopo il diploma in scultura, assistente privato. Azuma, all’inizio, si ispirò molto alle sculture del suo maestro che continuava a ripetergli di guardare alle radici della sua cultura. Cominciò, allora, a ricercare nuove forme di espressione e l’ispirazione arrivò casualmente, osservando una catasta di cassette di legno per la frutta in cui riuscì a cogliere una cadenza ritmica tra “pieni” e “vuoti” che, da quel momento, caratterizzeranno tutta la sua opera, per l’appunto intitolata “Mu” che in giapponese rimanda al concetto di “vuoto”. L’arte di Azuma nasce dal pensiero, dalla ricerca del mistero della vita, dal tentativo di rendere visibile l’invisibile, poi tradotti nel bronzo, nel legno, nel gesso, nella pietra e nella grafica. Nelle sue sculture, egli cerca di rappresentare la parte spirituale della vita di ogni uomo, ossia l’anima, l’amicizia, la vera solidarietà. Tutto ciò che non riusciamo a vedere, Azuma lo esprime con piccoli e semplici segni, ormai elementi tipici del suo mondo espressivo. Tra tutti, i buchi, simboli del vuoto, finestre su un mondo tutto da scoprire. “Essere Zen, significa essere vuoti come un bicchiere. Quello che rende un bicchiere tale non è il materiale con cui è costruito, ma il vuoto che viene riempito dalla bevanda che vi versiamo. Essere vuoti, infatti, significa essere sempre pronti a ricevere”.
La mostra, corredata da immagini, documenti e filmati 1935–2010, utili a far capire il mondo espressivo di Marino e Azuma, rimarrà aperta fino al 5 dicembre 2015, tutti i giorni, escluso il lunedì, dalle ore 17.00 alle ore 20.00 (la mattina per appuntamento).

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