PoliticaPuglia

Consiglio Generale monotematico della CISL Taranto

L’esigenza di realizzare questa prima iniziativa nasce dalla gravità degli avvenimenti che si sono succeduti negli ultimi tempi su materie, quali politiche sociali e sanità, di estrema importanza per la convivenza civile e sociale di un territorio.

Abbiamo costituito il Coordinamento delle Politiche sociali come luogo di analisi, di sintesi e di proposta sull’offerta esistente e sui bisogni per i quali le persone che noi associamo – e in generale i nostri concittadini – hanno l’aspettativa di risposte adeguate.

Il Coordinamento si è consolidato, nel tempo ed ha approfondito costantemente le ricadute derivanti dal Piano di rientro finanziario e dal conseguente Piano di riordino ospedaliero della Regione Puglia, che hanno interessato pesantemente la nostra offerta territoriale di sanità ma anche per l’avvio e la gestione dei Piani sociali di Zona.

E’ del tutto evidente come politiche sociali efficaci, in nazioni a democrazia avanzata come l’Italia, siano funzionali alla fruizione di diritti costituzionalmente sanciti, ad un sistema di welfare adeguato ai bisogni e ad una migliore qualità della vita, in particolare delle fasce di popolazione più deboli socialmente.

Il nostro Paese, è bene ricordarlo, si colloca nel contesto europeo al 20° posto nel rapporto Pil/investimenti a favore delle politiche sociali.

Abbiamo ancora tanta strada da percorrere, per superare quella sorta di anomalia ideologica secondo cui le politiche sociali – degne di un grande Paese europeo come il nostro – sarebbero vere e proprie voci di spesa anziché investimenti.

E’ appena il caso di annotare, inoltre, che sarà esattamente su dette visioni di sistema – tra il favorire, cioè, l’inclusione sociale o, al contrario, reintrodurre la privatizzazione dei servizi – che l’attuale Presidente degli Stati Uniti, Barak Obama, potrà vincere o rischierà di perdere la corsa elettorale per il suo secondo mandato.

Il sistema del welfare produce sia ricchezza economica che coesione e sviluppo sociale e determina in positivo o in negativo – al netto dei tradizionali fattori economici – il Pil (Prodotto Interno Lordo) dei territori e del Paese.

I tagli operati, nel tempo, sul welfare ne avevano di fatto depauperato i fondi assai prima della Manovra Finanziaria di agosto scorso.

Manovra che, a sua volta, ha tagliato di ulteriori 10 miliardi i trasferimenti a Regioni e Comuni e di 7 miliardi quelli ai Ministeri competenti.

Il risultato è il dimezzamento sostanziale, già prima della Manovra di Monti, delle risorse destinate al sistema dei servizi e degli interventi sociali e, addirittura, l’azzeramento per il 2011 del fondo per le persone non autosufficienti.

Questo, dunque, lo scenario che avremo di fronte a partire dall’ 1 gennaio 2012: ricadute negative su prezzi e tariffe del trasporto locale, minore sostegno agli affitti, agli asili nido ed ai servizi per l’infanzia, riduzione dell’assistenza domiciliare e residenziale per anziani e non autosufficienti – già alquanto scadente – senza tacere degli effetti negativi a catena sull’occupazione connessa al sistema del welfare.

Quanto al servizio sanitario pubblico nazionale, i dati di monitoraggio rilevati su 80 Paesi dimostrano che esso funziona bene, costa meno del privato ed è tra i meno onerosi: 2.800 dollari pro-capite di costo, contro i 7.500 degli Usa e i 3.800 della Francia ed è poco sopra la media Ocse che è di 2.350 dollari.

La spesa sanitaria pubblica italiana incide sul Pil del Paese meno che negli Stati Uniti.

Il nostro Paese, certo, vive una fase difficile e si è impegnato, con l’Europa a raggiungere il pareggio di bilancio entro il 2013, pena il fallimento finanziario o défault.

Nonostante tale quadro, abbiamo la necessità di far funzionare al meglio l’offerta sanitaria e quella socio-sanitaria, pur nella consapevolezza che qualunque intervento debba necessariamente fare i conti con le risorse finanziarie disponibili.

Questo percorso impegna tutti indistintamente, fermo restando che le misure del Governo Monti si rivelano penalizzanti per le fasce più deboli socialmente – sulle quali grava già il 90% del gettito fiscale del nostro Paese – mentre, al contempo, avrebbero dovuto valorizzare il vincolo costituzionale (Art. 53) della progressività, ovvero aliquote di imposta da correlare agli imponibili fiscali.

Il nostro giudizio sulla Manovra finanziaria del Governo Monti è nota.

Abbiamo aderito anche noi a Taranto allo sciopero-protesta unitario di tre ore, di lunedì 12 dicembre 2011, proclamato dalle Confederazioni nazionali Cgil, Cisl e Uil, con l’obiettivo di respingere il tentativo di commissariamento del sindacalismo confederale, dopo quello coatto della politica e di aprire il confronto sui contenuti della Manovra.

Essa non possiede affatto i caratteri del rigore, della crescita e dell’equità, aumenterà la disoccupazione, non raggiungerà l’obiettivo del pareggio di bilancio nel 2013, è stata decisa senza la concertazione sociale, è iniqua, recessiva, non mantiene né ravviva la crescita e, sostanzialmente, è penalizzante per lavoratori dipendenti e pensionati.

Continuiamo a ritenere inaccettabile che il Governo si sia negato al confronto con i Sindacati, fatto inedito e senza precedenti, in particolare sulle questioni previdenziali e sociali, la cui gestione è stata storicamente affidata alla concertazione e mai esclusivamente al gioco della politica.

Noi, come Cisl, non demordiamo.

Abbiamo detto e lo confermiamo che qualora il Governo persistesse nell’atteggiamento di chiusura finora manifestato, non è escluso che entro il corrente mese dicembre insieme con Cgil e Uil possiamo decidere ulteriori iniziative di mobilitazione.

Lo Stato sociale è dimensione connaturata al nostro Paese e, anzi, per molti aspetti esso ha costituito nel tempo modello esportato altrove, in Europa e nel mondo.

Anche per questo rifiutiamo l’idea che esso debba essere sradicato o fortemente debilitato, a cominciare dalla negazione del dialogo sociale e dall’adozione di logiche ragionieristiche che ne decidano qualità e quantità di fruizione.

La Manovra Finanziaria di Monti, rischia di portarci esattamente a questo.

Ciò non significa che da parte nostra si nutra nostalgia del passato né che ci sottraiamo alla ricerca di strategie innovative.

Strategie che scongiurino la riproposizione di quelle stesse politiche che hanno causato i danni con cui, oggi, siamo costretti a misurarci e chissà per quanto tempo ancora!.

Conserviamo tutti memoria, infatti, di quella che fu la gestione delle politiche sociali comunali sbilanciate su logiche clientelari, pur con le debite eccezioni, da parte di Assessori e di Sindaci che ne ambivano la titolarità attraverso la gestione di una parte della spesa ordinaria della Regione e dello Stato.

Spesa che veniva canalizzata, come detto, in mille rivoli, funzionali all’esclusivo ritorno di immagine politica ma poi, opportunamente, superata dalla L.r. n. 19/2006.

Nessuna banca dati, allora, che fosse correlata alle politiche sociali, nessun monitoraggio né analisi dei bisogni diffusi, nessun censimento di popolazione invalida, né di anziani, di non autosufficienti, di minori, ecc.

Solo tessere di povertà da un lato e autoreferenzialità della politica dall’altro.

Con la L.r. n. 19, la svolta!

Sulla base dell’esperienza maturata nel primo triennio e all’inizio del secondo dei Piani Sociali di Zona, già nel 2009 avevamo sperato che il nuovo Piano delle Politiche Sociali della Puglia e le relative linee guida ci aiutassero a superare almeno in parte i ritardi e le inefficienze registrate da parte degli Ambiti territoriali.

Purtroppo, così non è stato!

Eppure abbiamo assicurato tutta la nostra disponibilità al dialogo e al confronto costruttivo con tutti, così come il nostro contributo di fatto decisivo alla predisposizione corretta dei cinque Piani su sei, laddove la concertazione ci è stata consentita, sia pure con nostra grande fatica.

Purtroppo, nella maggior parte degli Ambiti abbiamo registrato, anche nel secondo triennio, gli stessi difetti precedenti degli Enti locali, amplificati oltretutto dalla loro presunzione di padroneggiare la materia al punto di poter fare o disfare tutto da soli.

Abbiamo, inutilmente, chiesto alla Regione maggiore vigilanza sull’applicazione corretta della L.r. n.19 e del Regolamento di Attuazione e quindi gli interventi correttivi di atteggiamenti fuori delle regole, prima di arrivare con troppa fretta alle Conferenze dei servizi, nelle quali la Regione ha approvato di tutto, anche Piani Sociali di Zona che, a nostro giudizio, non rispondevano a quanto previsto dalle norme.

Ovviamente nemmeno questo ci ha scoraggiato e con caparbietà, ricercando l’unità d’azione con Cgil e Uil, insieme alle rispettive Federazioni dei Pensionati e della Funzione Pubblica, abbiamo continuato a lavorare per realizzare in tutti gli Ambiti quei servizi sociali previsti nei Piani, corrispondendo ai bisogni delle nostre comunità.

Ad una fatica immane, tuttavia, non corrispondono ancor oggi risultati apprezzabili.

Specie nel settore più delicato delle prestazioni socio-sanitarie per la non autosufficienza e la disabilità, dove si potrebbero evitare ricoveri impropri presso gli Ospedali o le RSA (Residenze Sanitarie Assistite).

Qui siamo ben lontani dai cosiddetti obiettivi di servizio stabiliti dalla Regione e in notevole difficoltà tanto più adesso, a motivo del Piano di rientro finanziario e di Riordino ospedaliero, per cui si tagliano altri posti letto, soprattutto per lungodegenza e riabilitazione.

Dalle difficoltà e dagli scarsi risultati vogliamo partire, per confermare il valore e la politica della concertazione, sancita chiaramente sia nella Legge quadro n. 328 che nella L.r. n. 19.

E per ribadire che come Organizzazioni Sindacali sottoscriveremo responsabilmente tutti i Piani Sociali di Zona ma a condizione che ci sia stata una reale concertazione, un confronto utile, serrato ed efficace, tanto nella fase di predisposizione, quanto in quelle di attuazione e verifica, come previsto dal Regolamento attuativo della Legge in questione.

Con altrettanta forza diffidiamo la Regione a non approvare mai più Piani di Zona elaborati senza la concertazione con i soggetti della cittadinanza attiva, a partire dalle OO.SS. Confederali che rappresentano i lavoratori i pensionati e le loro famiglie.

Queste difficoltà e gli scarsi risultati finora conseguiti, lo ripeto, non ci fanno e non ci faranno desistere dal richiedere e proporre un welfare locale in grado di porre al centro i bisogni reali delle persone, così come del resto la nostra Confederazione sta facendo a livello nazionale nel discutere della Delega al Governo per la riforma fiscale e assistenziale presentata al Parlamento già dal precedente governo.

Il 3 novembre scorso, in un’iniziativa congiunta di Cisl e Fnp territoriali abbiamo espresso le nostre posizioni in merito a quel disegno di legge.

Abbiamo sostenuto che, pur ritenendo la riforma dell’assistenza in correlazione con la riforma fiscale contestiamo la filosofia di fondo che vorrebbe subordinare il processo di riforma del welfare all’esigenza di fare cassa con la pretesa di recuperare dall’assistenza circa 20 miliardi, nel solo biennio 2012 – 2013.

Non siamo d’accordo!

Non è qui che vanno presi i soldi per risanare il bilancio dello Stato.

Ma oltre a questo, di quella delega non condividiamo anche una serie di altre cose.

Ad esempio, non condividiamo quella sorta criminalizzazione di coloro che usufruiscono dell’invalidità e dell’indennità di accompagnamento, allorquando l’Inps rileva un misero 4% di casi dubbi o negativi.

E neppure il volere arbitrariamente comprendere tra le prestazioni assistenziali da tagliare, le pensioni di reversibilità, che sono invece prestazioni previdenziali, frutto di decenni di contributi pagati dai lavoratori e dai datori di lavoro, per assicurare una pensione al titolare o, in caso di decesso, ai familiari aventi diritto.

Non condividiamo, altresì, che si voglia ritenere ancora la Social Card lo strumento cardine di contrasto alla povertà, da scaricare ora ai Comuni, semmai per riesumare nuovamente i vecchi ECA (Enti Comunali di Assistenza).

Abbiamo detto chiaramente che noi intendiamo contribuire anche con la nostra esperienza e le nostre proposte, ad una riforma del Welfare che, recuperando totalmente lo spirito della Legge quadro 328, da noi conquistata con mobilitazioni e lotte nel 2000, riesca ad attuare quei pezzi importanti della Carta costituzionale in materia (si leggano, in particolare gli artt. 2, 3, 32 e 38), salvaguardando e confermando il criterio universalistico delle prestazioni.

Ciò non vuol dire gratuità per tutti bensì l’esigenza di assicurare a tutti i Livelli Essenziali e Uniformi di Assistenza Sociale e socio-sanitaria.

Siamo convinti della necessità di ribadire queste cose.

Negli ultimi anni, soprattutto, le Istituzioni, le Regioni, i Comuni, hanno spesso ignorato ed eluso questi loro doveri ed hanno persino falsato lo spirito e la lettera della Legge n.328 e di quelle leggi regionali, restando per molti versi ancorati ai vecchi schemi di assistenza, come se 110 anni dalla vecchia Legge Crispi non fossero mai passati.

Sugli sviluppi dell’iniziativa Cisl rispetto al Ddl delega, il Segretario Confederale, l’amico Pietro Cerrito ci offrirà sicuramente tutti gli elementi utili per definire il nostro impegno anche a livello di Regione e di territorio.

Pensiamo che debbano assumere particolare rilievo, nell’elaborazione della riforma fiscale, la particolare condizione di fragilità sociale degli anziani e delle persone non autosufficienti, specie in carenza di adeguate forme pubbliche di assistenza e per la minore o totalmente assente attitudine di questi soggetti ad acquisire reddito.

Appare del tutto evidente come non è sul welfare che si deve fare cassa e che la sostenibilità di uno Stato Sociale riformato sia da affrontare in una visione che non ne smentisca il carattere universalistico, che adegui le priorità ai nuovi bisogni, che punti a graduare in modo appropriato le prestazioni, che investa sulla sussidiarietà integrata e coinvolga le Organizzazioni sociali nei processi decisionali.

Sul versante sanitario o Piano di riordino, il nostro territorio è impegnato in una sfida di razionalizzazione senza precedenti del sistema che tuttavia, non può essere gestita con atti d’imperio così come continua ad avvenire.

Anche in questo caso esiste un prima e un dopo.

Il prima – prendendo a riferimento il Piano Fitto che proprio per questo venne sconfitto alle elezioni regionali da Vendola – era caratterizzato dal tentativo di modificare la stratificazione territoriale di un’offerta sanitaria pubblica per così dire equivalente (pronto soccorso, chirurgia, ostetricia, pediatria, ortopedia, medicina generale, ecc. …), replicata in Ospedali comunali anche distanti pochi o pochissimi chilometri l’uno dall’altro e, nei fatti, in diretta concorrenza tra loro.

Anche in questi casi le fortune politiche di chi gestiva a livello assessorile, regionale e locale, il sistema sanitario erano garantite, al pari degli interessi altrettanto sostanziosi dei cosiddetti baroni della medicina, della pratica clientelare, pur in presenza di professionalità mediche e infermieristiche notevoli.

Per non tacere della gestione parcellizzata degli acquisti, con gli scandali dei costi diversi in costante rimbalzo di prodotti uguali.

Non ci ha meravigliato affatto, a questo riguardo, la recente notizia che l’Ares (l’Agenzia regionale per la Sanità) abbia bloccato finora 300 milioni, relativi a 40 gare di appalto per acquisti di beni e servizi da parte delle Asl di Puglia.

Le coalizioni politiche anche le più forti nei numeri, che hanno provato nel tempo a mettere ordine, ad esempio scardinando le logiche di campanile oppure chiedendo un centro unico di spesa, sono state puntualmente penalizzate elettoralmente.

Il Piano di riordino, col quale ci misuriamo, è stata la conclusione imposta da uno stato di cose non più sostenibile né sul piano politico, né organizzativo, né finanziario.

Si giunge, quindi, all’imposizione dell’ex super Ministro dell’economia, Giulio Tremonti a seguito del quale l’alternativa era tra il commissariamento del sistema sanitario pugliese e il varo di un Piano di rientro finanziario condiviso con il Governo e, per questo, accompagnato da un assegno di 500 milioni, successivamente diminuiti a 375.

Il Piano venne presentato e approvato un anno fa dall’attuale Governo regionale.

Non è questa la sede per fare la cronistoria di tutta la produzione di documenti e di iniziative poste in essere dalla Cisl territoriale in tutte le sue articolazioni, nell’ambito del Coordinamento delle Politiche sociali, con il supporto prezioso della Cisl di Puglia, delle corrispondenti Federazioni regionali e in sinergia con le altre Organizzazioni sindacali confederali.

Nel tempo abbiamo rivendicato la concertazione e l’istituzione di una Cabina di regia come nelle restanti ASL pugliesi, quale sede prioritaria dove configurare gli aspetti organizzativi, di programmazione dei servizi ospedalieri e di quelli socio-sanitari-assistenziali, gli investimenti e le dotazioni organiche.

Abbiamo però, a seguire, pronunciato un giudizio negativo circa l’insufficienza dei risultati della concertazione, a causa dell’approccio ragionieristico tenuto dall’Assessore regionale alle Politiche Sanitarie, Tommaso Fiore e, di riflesso, dal management della ASL/Ta, per quanto ci riguarda.

Approccio finalizzato, in entrambi i casi, a privilegiare il rispetto rigido delle attribuzioni finanziarie, anziché elaborare un Piano condiviso di offerta sanitaria e di riorganizzazione dei presìdi.

Ciò a partire dai bisogni sanitari e socio-sanitari del territorio e da quelli posti dalle stesse strutture, dal personale, dalla strumentazione tecnologica esistente o necessaria e, persino, dalle peculiarità geografiche che caratterizzano il nostro territorio, specie la zona occidentale.

Fermo restando, anche, che i servizi di sanità territoriale esistenti andavano potenziati ed integrati con le strutture in fase di progettazione e che si dovesse tener conto, anche in questo caso, dei Livelli Essenziali di Assistenza da garantire alla popolazione pugliese.

Abbiamo rivendicato l’attivazione con la massima urgenza, di tutte le misure tese a favorire i processi di reale integrazione tra i servizi sanitari e socio assistenziali, in presenza di chiusure di Ospedali o perdita di interi reparti, al fine di garantire un’offerta qualificata.

Abbiamo preteso chiarezza sul ruolo che deve svolgere il sistema sanitario privato, al fine di salvaguardarne i livelli occupazionali e di garantire il rispetto delle norme contrattuali per i lavoratori del settore, definendo in fase di programmazione gli obiettivi che la stessa deve raggiungere in rapporto ai fabbisogni.

E, inoltre, che fosse rivisitato il sistema degli accreditamenti per tenere in equilibrio il sistema, così da favorire una integrazione reale con il sistema pubblico, assumendo come obiettivo comune la qualità del servizio.

Il risultato, al momento, è stato che rispetto a 150 milioni di tagli effettuati a livello regionale, ben 130 hanno riguardato esclusivamente il territorio di Taranto.

Anche per questo il nostro territorio, lo ricordavamo all’inizio, sta pagando il prezzo più alto.

A fronte di tali questioni, abbiamo prodotto un’azione diffusa di informazione ai cittadini e di proposta, in tutti i Comuni del territorio.

Siamo passati da 3,33 a 2,87 posti letto per mille abitanti, comprendendo anche l’offerta sanitaria privata, confermando, così, un ulteriore accanimento su un territorio che già era al di sotto degli standard previsti dal Piano di rientro regionale.

Pur apprezzando l’impegnativo lavoro svolto dal management, dai collaboratori e dagli uffici di staff della Asl/Ta 1, abbiamo espresso il nostro disappunto poiché l’intera gestione dei processi non sembra in grado di ridisegnare un Servizio sanitario territoriale che garantisca, nel tempo, la conferma delle medesime prestazioni oggi erogate.

Siamo alle prese con operazioni che ricadono sui cittadini ionici e penalizzano le lavoratrici e i lavoratori della Sanità pubblica, giacché tagliano ulteriori posti letto a Taranto, nonostante le specificità della Città e di un territorio già mortificato e trascurato dalla Regione Puglia e in generale dalla politica.

Incomprensibile inoltre è che, pur essendosi nella ASL/Ta rispettato il Patto di stabilità e preventivata un’economia di spesa prevista dal Piano di rientro sanitario pari a 10 milioni di euro, non siano stati rinnovati i contratti di comparto e della dirigenza medica, in scadenza al 30 ottobre u.s. determinando quei disagi particolari di cui i cittadini si sono accorti.

Abbiamo dichiarato la nostra disponibilità a discutere tanto di organizzazione del lavoro quanto del Piano di rientro ma abbiamo anche confermato la decisa contrarietà ad una pianificazione che non migliori la funzionalità del servizio reso ai cittadini-utenti e, addirittura, derubrichi le lavoratici e i lavoratori da persone a meri, freddi numeri.

Questo perché consideriamo il diritto alla salute un principio costituzionale inalienabile.

Perciò abbiamo fatto appello ai cittadini e alle Associazioni di categoria, affinché assumano anche questo tema come una delle priorità sociali ed occupazionali del territorio ionico, su cui mobilitarsi facendo rete rivendicando un’offerta sanitaria di qualità.

La mancata proroga di una parte consistente, circa 150 su 243, di professionalità mediche ed infermieristiche in servizio a tempo determinato, la chiusura di quattro reparti, l’accorpamento temporaneo di alcune strutture e servizi ospedalieri, ecc. di fatto impedirà la tenuta degli attuali standard assistenziali e determinerà una sofferenza ulteriore a danno dei cittadini.

Aggravate, tali dinamiche, anche dalle storiche criticità rappresentate dalla sottostima della dotazione organica approvata nel 2004 e dall’assenza di una consolidata rete integrata dei servizi socio-sanitari.

A tal proposito, non possiamo tacere di fronte alla chiusura di interi reparti di malati terminali, per il semplice fatto che non determinano ritorni economici e con la presunzione che queste persone, una volta chiusi i reparti, possano trovare ospitalità – se dispongono di reddito significativo – presso le Residenze Sanitarie Assistite, oppure presso le proprie famiglie, ammesso che ne abbiano ancora una.

Pensiamo che ridisegnare il modello di offerta sanitaria ionica debba significare possedere un modello regionale, che deve tener conto delle peculiarità di area, finalizzando allo scopo le risorse finanziarie disponibili e senza fomentare una competizione al ribasso.

Abbiamo in mente un polo specialistico che tenga insieme gli Ospedali di Manduria e di Grottaglie, un altro a Castellaneta, un polo onnicomprensivo a Taranto città con forte carattere di specializzazione oncologica – e l’utilizzazione dei fondi già stanziati dalla Regione Puglia, per il progetto di costruzione del “San Raffaele del Mediterraneo” ora accantonato – un altro ospedale da realizzare in project financing a Martina Franca, al contempo realizzando nelle zone intermedie agli stessi poli, poliambulatori distrettualizzati effettivamente funzionali all’assistenza anche familiare.

Considereremmo inaccettabile se venisse operata una desertificazione del sistema sanitario pubblico, a Taranto città e nel suo territorio, unicamente condizionata da fattori economici; disegno inaccettabile che siamo decisi a respingere con grande fermezza.

Noi pensiamo, concludendo, ad una sorta di rivisitazione concettuale e strategica dei principi – presi comunemente a riferimento finora – di “efficacia” ed “efficienza”, integrandoli con quello di “appropriatezza”.

Una nuova prospettiva, questa dell’appropriatezza, da intendere come ricerca politicamente concertata del punto di equilibrio tra bisogni che emergono dal territorio e risposte fornite dal sistema sanitario e socio-sanitario pubblico e privato, mediante l’impegno oculato delle risorse.

Un principio che altrove in Italia è già prassi consolidata.

Esso comporta la determinazione di finanziamenti né maggiori né minori rispetto a quelli effettivamente occorrenti, per corrispondere ad un bisogno o risolvere un problema.

I bisogni di cui parliamo comprendono tanto l’analisi della “domanda” quanto la verifica costante dell’”offerta” legata al sistema delle strutture e dei servizi territoriali.

E’ la prospettiva nuova attraverso cui puntare ad un rapporto virtuoso – finora poco agito specialmente al Sud – tra bisogni che non sono mai necessariamente gli stessi (per essere, questi, in continua evoluzione) e sistema delle strutture e dei servizi che devono rendersi continuamente flessibili, cioè non più perpetuare la rigida difesa di se stesse.

I cittadini hanno bisogno di ottenere risposte a ciò che chiedono, cioè ai loro bisogni; non già di sapere se esiste oppure no un servizio purché sia, che essi potrebbero non volere, specie se non corrisponde alla loro domanda di salute.

Il medesimo principio concettuale di “appropriatezza” dovrà, contestualmente, adattarsi ai bisogni socio-sanitari rilevati, determinando in tal caso l’utilizzo flessibile anche delle RSA (Residenze Sanitarie Assistite) dell’ADI (Assistenza Domiciliare Integrata), ecc.

Inoltre, tanto nell’offerta sanitaria quanto in quella socio-sanitaria territoriale, il rapporto tra il sistema pubblico e quello privato deve caratterizzarsi, come detto, in termini di integrazione, non certo di sterile competizione.

Il sistema pubblico, titolare e responsabile delle competenze sanitarie e sociali, definisce la programmazione territoriale, la politica concertativa, attiva il controllo sociale, ed il sistema privato diviene parte integrante della rete complessiva dei servizi.

Questo è il modello cui pensiamo.

Un modello di integrazione sociale e sanitaria che orienta la programmazione generale e consente di superare una gestione del welfare locale affidato al semplice Piano sociale di zona (ormai insufficiente) e ampliando la possibilità di una programmazione integrata e di dettaglio a livello di Ambiti, per una migliore adesione alle specificità del territorio.

E’ una visione nuova di approccio sistemico ad una gestione delle risorse fortemente finalizzato al soddisfacimento dei bisogni complessi della popolazione e alternativa a una visione ragionieristica.

I bilanci tornino ad essere strumenti della gestione e non il fine ultimo dell’attività delle ASL e degli Enti Locali.

Consapevoli della portata delle innovazioni che abbiamo indicato, proponiamo su tutta questa partita, a conclusione del dibattito che impegnerà oggi il nostro Consiglio Generale, una tornata seminariale di approfondimento con esperti, da mettere a calendario a gennaio prossimo.

Pensiamo che tutto il Gruppo Dirigente della Cisl di Taranto debba saper cogliere e vincere una sfida ulteriore che ci sollecita fortemente, cioè quella di impedire che si creino nuove diseguaglianze e di operare affinché le politiche sociali di sostegno alla persona ed alla famiglia traducano i principi fondativi della nostra Organizzazione, a partire dal rispetto della dignità di ogni persona.

La lotta alla povertà, le politiche specifiche per i disabili, l’assistenza domiciliare e residenziale per i non autosufficienti, gli interventi per garantire la crescita dei minori, i servizi per le dipendenze e le marginalità, sono obiettivi particolari che vanno inseriti in un tessuto sociale di accoglienza e di vita.

Detta visione eleverà la qualità della democrazia e renderà le politiche sociali strumento di inclusione e di sostegno universalistico per tutti i cittadini.

Una gran bella sfida, certo ma anche una grande opportunità che, crediamo, come Cisl vada colta per raggiungere risultati soddisfacenti.

Filippo Turi – Segretario Territoriale CISL Taranto

 

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