Coronavirus e le prospettive future dell’economia italiana

Già nell’ autunno scorso con la nascita del Conte-bis la parola debito pubblico sembrava scomparsa: era stata colpa di Salvini, Borghi e Bagnai aveva detto qualcuno, ma l’avvocato del popolo aveva fatto scendere lo spreed e tutti dovevano essere più tranquilli. La politica ha sempre influenzato l’economia e quando non si è riusciti ad uscire dal buio politico-economico si è pensato ai Premier non eletti dal popolo: Gentiloni, che doveva restare in carica sei mesi; Conte, che era nato solo il 1°
giugno 2018, altrimenti chi avrebbe partecipato alla Festa della Repubblica il giorno dopo. Adesso c’è già chi pensa ad un Conte-ter post virus. Da questi dati politici bisognerebbe partire per esaminare la situazione economica del paese da ieri ad oggi. Il Centro Studi di Confindustria già in autunno aveva lanciato l’allarme sull’export nazionale, perché il contributo delle esportazioni alla crescita del Pil sarebbe stato nullo nel 2020, anche se il Governo nazionale e l’Istat avevano ipotizzato una maggiore crescita della spesa delle famiglie. L’economia nazionale chiudeva il 2019 con il fallimento del Governo su ex ILVA e Alitalia, sui tavoli del MISE giacevano varie richieste di risoluzione di crisi aziendali, vedi anche la Ferrosud, mentre al Ministero del Lavoro si accumulavano i dossier sulle aziende in grave difficoltà. I numeri sin qui riportati non autorizzavano nessuno all’ ottimismo, nonostante alcuni analisti avevano pronosticato un calo della
disoccupazione nel 2020 e 2021, così come aveva fatto anche il Ministro Gualtieri, nonostante la fase di stagnazione del Pil. Già a fine anno non si capiva come mai il Paese aveva smesso di crescere eppure venivano paventate occasioni di impiego, sia pure limitati a lavori part-time, a
tempo determinato e comunque lavori da poche ore al giorno. Quale futuro ci attende oggi che il Governo deve affrontare la crisi sanitaria da Covid19? A dicembre gli analisti avevano pronosticato una lentissima, anzi quasi immobile crescita, con le produzioni industriali giù ed il relativo aumento
del debito. Il motore gira a basso regime, ma le imprese metalmeccaniche son ripartite. Eppure non si vede ancora una chiara prospettiva di sviluppo, continuando a campare. Ad inizio anno gli economisti avevano segnalato la frenata del resto d’Europa, a cominciare dalla Germania che ha
sempre acquistato i prodotti made in Italy. Roma era stata paragonata ad Atene e i grandi investitori internazionali non vedevano di buon occhio il mercato nazionale, mentre adesso stiamo percorrendo un tunnel molto lungo e chissà se e quando si rivedrà la luce, specie sui conti pubblici, posto che è necessario un grande sostegno economico per la ripartita della produzione italiana e non solo, se non di darà seguito a politiche industriali di ripresa economica. A fine 2019 gli economisti misero in guardia il mondo politico M5S-PD sulle possibili conseguenze dell’esplosione di una bolla speculativa che ci avrebbe riportati ai numeri nefasti del 2008, con crolli sui listini azionari e obbligazionari; c’era già il rischio di tornare alla recessione di un decennio fa. Nel 2019 il Pil è cresciuto in misura inferiore al 2018 e già Banca d’Italia e Istat avevano pronosticato un lievissimo incremento del Pil nel 2019 e si pensava ad un aumento del Pil nel 2020 del 0,6%. Adesso siamo all’ anno zero e le imprese hanno bisogno di nuova linfa: non basta solo alzare le saracinesche e disporre i dispositivi di sicurezza per i lavoratori. Se solo le opportunità offerte dalle Zone Economiche Speciali fossero state attuate per tempo, almeno dai governi regionali, forse adesso avremmo avuto una speranza in più, almeno al Sud, iniziando dalle opere infrastrutturali che tardano a partire e troppo spesso si fermano a metà strada. Anche i semplici corridoi con le Zone Franche Doganali avrebbero già permesso di lavorare e produrre in sicurezza in zone ben delimitate. Eppure ieri abbiamo assistito alla rinascita del ponte di Genova crollato il 14 agosto 2018 e che già collega le due parti della città ligure. La colpa è tutta del Coronavirus? Certo, se questa pandemia fosse stata comunicata per tempo…..Ad ogni modo va sfruttata anche questa situazione dagli imprenditori ed alcuni hanno già riconvertito la loro produzione sui dispositivi di protezione individuale, ma c’è anche tutto l’export dell’elettromedicale che va implementato. Se ad ogni crisi deve seguire una ripartenza questa è anche l’occasione giusta e non va sprecata. Può sembrare assurdo, ma è così. Basta vedere la vendita delle apparecchiature medicali per la lotta all’ epidemia, prodotte dalle grandi aziende mondiali. Le imprese devono ripartire dopo un lungo periodo di chiusura e di assenza di fatturato ed insieme a loro ci sono tutte quelle che erano già in
crisi a fine anno 2019. La maggior parte degli Stati colpiti dal Coronavirus sta modificando la propria legislazione in materia di insolvenza per tener conto delle difficoltà legate alla pandemia.
 
Eppure Roberto Gualtieri insiste dicendo che «I fondamentali dell’economia e della finanza pubblica dell’Italia sono solidi». Nel frattempo ieri Fitch ha previsto una contrazione del Pil dell’8% nel 2020 e declassato l’economia italiana. Per le imprese già insolventi la crisi rende improbabile
che l’attivo possa essere venduto con risultati soddisfacenti perché il mercato è completamente alterato. Per quelle già in crisi è possibile proporre un piano da sottoporre ai creditori e al giudice
pur dinanzi ad una crisi così ampia e ancora incerta. Speriamo che l’UE non voglia solo aiutare le prime, abbandonando le altre al loro destino. Questa però sembra la direzione presa anche da decreto liquidità che individua l’accesso ai finanziamenti e la possibilità di una prospettiva per la
continuità aziendale. E’ certo difficile verificare quando si sia determinato lo stato di crisi, cioè se prima o a causa della pandemia. Alla ripresa industriale di questi giorni all’ imprenditore indebitato dev’ essere data la facoltà di sospendere una procedura di insolvenza; ai suoi creditori dev’ essere sospesa la possibilità di chiederne il fallimento, tutelando altresì gli amministratori delle società in crisi e magari sospendendo i pagamenti dei debiti e delle azioni esecutive. Questi potrebbero essere alcuni punti cruciali sui quali potrà intervenire il Parlamento, in sede di conversione dei decreti di Conte.
 
                                                                                                 Pierluigi Diso

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