Forme D’Arte: La finestra sul treno

La nostra rubrica propone un interessante racconto dello scrittore Bencivenga. Buona lettura.

La finestra sul treno

Luoghi estranei
scrutano
vesti indiscrete.

Il taxi li riportava al luogo d’origine. La stazione. Fu lì che tutto cominciò,nel  luglio 1943.

“Mi scusi signorina”.

Una voce galante, un uomo magro, vestito con diligenza: fermapolsi su maniche ripiegate, camicia color crema, fermacravatte d’oro. Sono particolari che colpiscono una ragazza;  un cappello gli celava lo sguardo rendendolo misterioso agli occhi di lei. Erano giorni cupi, tristezza e paura rendevano le anime di pietra e, ricevere un sia pur minimo cenno di galanteria faceva sciogliere quel ghiaccio che pur serviva a proteggersi dal sentire. E fu proprio per questo che,appena l’uomo la sfiorò lei esplose in un pianto.

Non aveva un granché da fare lui a dispetto di quell’aria indaffarata che era solo la sua protezione.  Quindi si fermò, si tolse il cappello e chinò lo sguardo verso di lei.

Sorrideva, le sorrideva.

Ora, non era facile  che qualcuno ti sorridesse in piena guerra mondiale e due occhi che si appoggiano ai tuoi sono un gancio abbastanza solido in circostanze del genere per potersi aggrappare e farsi tirare su.

Il resto è solo storia, la solita storia. Una ragazzina di liceo e un uomo smilzo, ebreo che fugge e  nasconde il suo profilo sotto le falde larghe del cappello.

E avvenne alla stazione , tredici anni prima, che lei decise come quando e con chi avrebbe perso per sempre la verginità.

Bocche gremite
d’illibate salive
ostentano lessici casti.

Il tempo necessario per affittare una camera e chiudere le finestre. Poi fu qualcosa che la mente di lei non riusciva più a controllare. Una sequenza di gesti, la caduta progressiva delle sue paure e il suo sentirsi sempre più debole, mentre le vesti cominciavano a scivolarle di dosso. E mentre lei si mostrava ad un estraneo, quindi al mondo, progressivamente aumentava il suo sgomento, il terrore, il desiderio folle di fuggire e il suo corpo che non reagiva. Come i un collasso.

La forza arrivò proprio nel momento del cedimento e allora furono baci  e bocche gremite d’illibate salive.  E parole che lei diceva a lui e che aveva immagazzinato nella sua mente sin da quando, ragazzina, collezionava romanzi d’amore e scriveva nel quaderno segretofrasi ad  effetto che avrebbe osato pronunciare un giorno se fosse giunto il suo Principe, ma solo dopo un lungo e affannoso corteggiamento …

Le disse a lui che nemmeno sapeva il nome.

Ma, nel momento in cui stava cedendo al suo assalto, la porta si aprì, apparvero quattro uomini vestiti in borghese , lo presero e lo strattonarono via.

Lei non sapeva nemmeno  il suo nome ma fece quello che  alcune donne innamorate fanno. Lo attese. Nel salone grande  della stazione. Quando poteva e come poteva. Per tutta la durata della guerra.

La stazione era quella di Firenze, Santa Maria Novella. Milena abitava in periferia. Venti minuti di littorina per il centro città.

Fu  portato a Fossoli. In attesa di trasferirlo con un convoglio di altri detenuti, in un campo polacco dove avrebbe lavorato fino alla morte.

Firenze, 1956. Stazione di Santa Maria Novella, pomeriggio di primavera.

Erano anni che lei aveva smesso di aspettarlo. Adesso, sposata, non smetteva di pensare a come sarebbe stata la sua vita se quel giorno le guardie avessero fatto irruzione soltanto mezz’ora dopo. Solo mezz’ora. O forse mai più.

Ma quando passava  per quella sala, adesso a trentadue anni, Milena provava una sensazione strana. Come se la Vita la stesse spiando.

Un giorno di primavera un uomo la urtò. Era magro, vestito di marrone con la camicia color crema e i ferma polsi e il fermacravatte d’oro.

“Mi scusi signora”.              Solo questo.

Avrà avuto  cinquantacinque anni e un cappello gli nascondeva gli occhi.

Lei non seppe mai se quello era “il suo uomo” . Ma senza nessuna esitazione lo prese sottobraccio e lo condusse nello stesso alberghetto della guerra. Salirono nella camera e di nuovo dentro di lei ritornarono quelle sensazioni del ’43.

La stessa paura, lo stesso collasso e di nuovo quelle parole confezionate con garbo e diligenza, come si infiocchetta un bellissimo regalo, e poi donate al primo che passa e che accenna a un sorriso. Ma di una dolcezza infinita.

Un po’ sceme, un po’ ad effetto, un po’ da romanzo rosa.  Da adolescente. Da ragazzina …

Portò a termine quello che la Vita le aveva detto di fare quel giorno quando, improvvisa, la morte irruppe interrompendoli e portandoselo via.

Forse. Forse era lui.

Il taxi li stava riportando dove tutto ebbe inizio. Nel salone  della stazione Milena salutò e disse addio all’uomo che non avrebbe rivisto più. Si avviò verso i binari.

Una mano le prese il braccio. Lui era stato muto tutto il tempo con lei. Pochissime parole di cortesia.

Lui la prese per il braccio. Lei si voltò.

“Io mi chiamo Aldo

Poi una lunga pausa. Occhi bassi guardano il pavimento. Occhi alti guardano lui.

Trova il coraggio.

“E sono riuscito a fuggire

Acerbe parole
scalfiscono
la mia attenzione.
Paesaggi oltre il vetro…
Volgo lo sguardo
oltre la finestra.
Stralci
di promesse
di ritorni
si infrangono
contro vetri sapienti.
Ripongo lo sguardo aldiquà del vetro
mi vedo.

Versi di Ivana Orlando,  racconto di Mimmo Bencivenga

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