Funzionario della Regione Basilicata condannato a risarcire la coppia Barra-Santamaria dopo offese

Un funzionario della Regione Basilicata, D.L. è stato condannato dal Tribunale di Potenza ad un anno e sei mesi con l’accusa di diffamazione. Deve, inoltre, risarcire i danni e rimuovere i post ritenuti diffamatori. I fatti risalgono al 2017, quando l’uomo, commentando una foto che ritraeva Francesca Barra con la sua famiglia, chiese pubblicamente un esame del Dna per uno dei figli della giornalista lucana, per il quale lasciava intendere di nutrire dubbi sulla paternità.

Secondo i legali della coppia vip, ci sarebbe stata all’epoca una raffica di oltre 100 post pubblicati da quattro account riconducibili a lui. Un flusso di accuse che sarebbe andato avanti, sia pure in modo meno insistente, anche nei mesi a seguire. Barra lo querelò e chiese provvedimenti alla Regione, dove l’uomo lavora, ma l’ente non ravvisò gli estremi per una sospensione.

La vicenda è poi finita in tribunale e nel corso di questi mesi D.L. ha più volte chiesto scusa, ma evidentemente non sono bastate per evitargli la condanna. La giornalista di Policoro, in un post su Facebook, ha commentato la sentenza rivolgendosi in primis ai figli: «Bambini miei la vostra mamma e le persone che vi amano e che credono nella verità, non hanno mollato. Credeteci sempre. Ora non ho molte parole perché piango per la fatica, la fatica, la fatica, la rabbia accumulata. Ma la dignità di questa battaglia, per tutti noi, meritava ogni nostro sforzo. Non mollate! Anche quando vi diranno che non ce la farete, che non raggiungerete i vostri obiettivi. Ho creduto in un mondo più onesto e giusto. Ho creduto in te Beatrice Galati, avvocato e donna straordinaria. E ho creduto in me, nel mio onore, nella mia famiglia sempre unita, nel valore della libertà. Quando mia figlia crescerà – aggiunge Barra – non dovrà più leggere quelle schifezze. O al massimo se ci sarà traccia, saprà che l’ho difesa senza arrendermi. Ho dovuto tutelare la mia famiglia, il mio amore, la mia libertà di donna, di madre, di essere umano. Che la mia lotta – conclude la giornalista – sia un incentivo per tutti coloro che come noi hanno vissuto una situazione simile».

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