Il mito di Giacinto Facchetti rivive nel libro ‘Se no che gente saremmo’

Un calciatore amato da tutti i tifosi, interisti e non. Ma soprattutto un uomo, una persona educata e umile, merce rara in un mondo, quello del calcio, che molto spesso mostra la sua faccia peggiore. Il mito di Giacinto Facchetti rivive nella Mediateca provinciale di Matera in occasione della presentazione del libro scritto da suo figlio Gianfelice, ‘Se no che gente saremmo – Giocare, resistere e altre cose imparate da mio padre Giacinto’, edito da Longanesi Tea. Un libro che ha già vinto il Premio Bancarella Sport. A promuovere l’iniziativa culturale nella città dei Sassi è stato l’Inter club ‘Angelo Moratti Matera’; una serata piacevole, che ha unito sport, salute e solidarietà, grazie alla partecipazione del professore Nicola D’Imperio, gastroenterologo particolarmente legato al mondo della letteratura grazie ad una serie di apprezzate pubblicazioni sul territorio lucano, e del dottor Vito Valentino, impegnato anche nel volontariato con l’Avis e sempre pronto a ‘perorare’ la causa della donazione per garantire l’autosufficienza di sangue nei nostri ospedali. A discutere del libro con Gianfelice Facchetti, l’allenatore Gino De Canio, il campione del mondo di Spagna 1982 Franco Selvaggi e il presidente della scuola calcio Mateola Giuseppe Montemurro. Moderatore dell’incontro il giornalista del Tg3 Basilicata Antonio Coronato.

Ad aprire il dibattito è stato Nicola D’Imperio, il quale ha ‘stilato’ una serie di consigli per prevenire la terribile malattia che ha stroncato anche Giacinto Facchetti, e l’invito di Tonino Valentino a stimolare la voglia di donare agli altri quel dono prezioso che è il sangue, fondamentale per aiutare chi, ogni giorno, gioca una partita ben più importante di un incontro di calcio, cioè la partita della vita. Poi, spazio ai ricordi e agli aneddoti che hanno permesso a Gianfelice Facchetti di raccontare le gesta di suo padre, dentro e fuori dal campo. Facchetti è stato il terzino sinistro della ‘Grande Inter’ di Helenio Herrera, e con la maglia nerazzurra ha vinto praticamente tutto: scudetti, Coppe Campioni (nel 1964 e 1965), Coppe Intercontinentali e, da capitano, ha conquistato l’Europeo 1968 con la maglia azzurra. Un difensore dotato di straordinarie qualità tecniche, con il vizio del gol, ma anche e soprattutto di indiscutibili valori morali. Gianfelice è partito dal titolo ‘Se non che gente saremmo’: un frase che Giacinto utilizzava ogni volta che voleva ricordare i valori sui quali ha fondato la sua carriera calcistica e ha fatto crescere la sua famiglia. Una frase utilizzata da Giovanni Arpino nel 1977, nel libro di Azzurro tenebra, che racconta, in forma romanzata, la sfortunata partecipazione della nazionale di calcio italiana ai mondiali del 1974 in Germania; quella nazionale che, appena 4 anni prima, si arrese solo al Brasile di Pelè, dopo aver regalato agli amanti del calcio la pagina più bella di questo sport, la semifinale contro la Germania allo stadio Azteca di Città del Messico.

Il libro di Arpino nasce dall’esperienza giornalistica dell’autore, inviato sportivo per il quotidiano ‘La Stampa’ di Torino dal 1969 e per circa dieci anni. Durante il libro ‘Arp’ (questo il nome del protagonista che rappresenta lo stesso Arpino, accompagnato dal giovane collega Bibì e dal fotografo Walf), descrive le tre partite disputate ai Mondiali di Germania dall’Italia, e fa emergere due personaggi positivi, con i quali Arp ha maggiore confidenza: Enzo Bearzot (il Vecio, all’epoca vice di Valcareggi), che sarà l’unico a restare in Germania anche dopo l’estromissione dell’Italia per continuare a fare il suo mestiere di osservatore, e professa fino all’ultimo la sua fiducia nell’onestà, e Giacinto Facchetti. Ed è proprio Giacinto il protagonista del finale extra-calcistico del romanzo: ricordando un discorso fatto con Arp a Ludwigsburg, Facchetti invita il giornalista a Milano, chiedendogli di essere padrino di battesimo del suo terzo figlio. Arpino si dimenticò dell’invito, invece Giacinto ci teneva molto a rispettare la parola data, aggiungendo ‘se non che gente saremmo’.

“Arpino – afferma Gianfelice – racconta anche un altro aneddoto di Facchetti, avvenuto al Mondiale del 1978 in Argentina. Giacinto si era infortunato rimediando alcune fratture al costato, e pur avendo recuperato in fretta, aveva manifestato la volontà di fare un passo indietro. Ma Facchetti non poteva mancare e così fu convocato come capitano non giocatore a quel Mondiale”.

Gianfelice, poi, ha spiegato il motivo per il quale ha deciso di raccontare la storia di suo padre: “Il calcio ha il potere di esaltare nel bene e nel male quello che accade fuori. Mio padre è stato sempre considerato un rivoluzionario, un sovversivo del pallone e anche per questo motivo è stato molto amato dai tifosi e dagli appassionati di calcio di tutta Italia”.

Poi è toccato all’allenatore materano Gino De Canio tracciare un ricordo di Giacinto Facchetti: “Tanti soloni vanno in televisione e fanno notare le differenze tra calcio moderno e antico. Per me il ‘calcio all’italiana’, che viene criticato dalla stampa, con Facchetti ha dimostrato tanta qualità. Vorrei ricordare che nella finale vinta dall’Italia contro la Germania a Madrid nell 1982, il gol di Tardelli è stato costruito da tre difensori di qualità, Scirea, Bergomi e Cabrini. Quindi, il calcio con la ‘c’ maiuscola si può vedere solo quando i protagonisti sono dei campioni. Facchetti è stato esempio per i giovani e per questo Gianfelice esalta l’amore per suo nipote Mattia”.

Gianfelice svela anche il rapporto controverso vissuto con il padre, sino all’età di 22 anni. “Lui ha fatto il calciatore e anche io sono stato coinvolto nel calcio sin dalla tenera età, prima nel giardino di casa e poi in spiaggia. Ho disputato quattro anni nelle giovanili dell’Atalanta e mio padre in quel periodo mi spronava a dare sempre di più. E’ stato quello il periodo in cui ci siamo scontrati: lui è cresciuto a pane e pallone e si allenava tutto il giorno, anche da solo palleggiando contro un muro. Io se mi allenavo con il muro dopo cinque minuti avevo il mal di testa. Io e mio padre abbiamo due storie diverse, la mia passione era diversa dalla sua e le motivazioni non erano paragonabili nel mondo del calcio. Lo sport, comunque, mi è servito per crescere dal punto di vista professionale e umano, perché ti dà una disciplina mentale che ti porti dietro nella vita, nello studio e nel mondo del lavoro. Io che sono impegnato nel teatro mi sono stupito del fatto che per la tempistica delle prove utilizzo la stessa metodicità con cui mi allenavo”.

Il presidente della scuola calcio Matheola, Giuseppe Montemurro, racconta le emozioni suscitate dalla lettura del libro di Gianfelice Facchetti: “Leggendo questo libro ho scoperto un nuovo scrittore. Tante persone possono raccontare le partite, i ricordi di una vita ma se non ci sono persone che hanno valori importanti come quelli espressi da Facchetti, difficilmente vieni coinvolto. Questo libro mi ha suscitato forti emozioni, e devo confessare che ho finito di leggerlo in 36 ore. Ho visto nel figlio, nei silenzi, nelle parole, negli abbracci quei valori che cerchiamo di affermare anche noi nella scuola calcio. Colgo l’occasione per mandare un messaggio forte ai genitori dei nostri piccoli atleti: i ragazzi sanno sempre scegliere la propria strada e, pertanto, i genitori non devono imporre ai figli i sogni che loro non sono riusciti a realizzare. Il calcio è prima di tutto un gioco e un divertimento, ed i genitori devono educare i propri figli all’onesta e alla convivenza. Nella nostra scuola calcio si impara a stare insieme, perchè questa la cosa più importante. Non bisogna diventare per forza un campione.”

Nel libro di Gianfelice Facchetti c’è anche un aneddoto curioso, quello del barista. “Ho sempre cercato di smarcarmi dal peso del cognome di mio padre, e così una volta un barista quando mi ha chiesto se ero il figlio di Giacinto ho risposto che si trattava di omonimia. Voglio anche sottolineare un altro aneddoto riportato nel libro, legato al discorso di Montemurro sulle scuole calcio. Una volta Giovanni Lodetti, un grande campione del Milan, aveva raccontato a mio padre che aveva pensato di realizzare una grande scuola calcio con tre campi e un cinema, in modo da far giocare i figli a calcio e di mandare i genitori a vedere un film”.

Inevitabile nel libro anche un riferimento alle accuse che hanno cercato di sporcare il mito di Giacinto Facchetti, specie dopo lo scandalo scoppiato nel 2006 con Calciopoli: “Non si tratta di una difesa perchè la carriera di mio padre parla da sola e dice quello che ha costruito nel calcio. Ci sono state dichiarazioni antipatiche e fastidiose, ma credo che la verità non va urlata, va detta con il sorriso e in modo pacato. Io volevo solamente che mio padre riposasse in pace e quando con questo libro mi sono ritrovato in giro per l’Italia, ho potuto toccare con mano che la sua storia fosse al sicuro. Mio padre è stato un mito, l’altra faccia della medaglia di un calcio vissuto nell’ombra, lontano dalle interviste e dai riflettori. Ricordo con piacere nel libro anche un altra storia che ho vissuto in prima persona. Sono andato a visitare per motivi di lavoro il teatro Paolo Pini di Milano, una struttura che in passato era un manicomio. Mi hanno detto che lì c’era stato un signore che a 50 anni era caduto in depressione e che ripeteva in maniera ossessiva solo la formazione della Grande Inter e, quindi, anche il nome di mio padre. Trovare una cosa del genere in un posto considerato la periferia della periferia milanese mi ha fatto pensare che c’è un luogo inviolabile in cui la memoria di mio padre era al sicuro.”

Il libro contiene anche citazioni teatrali e musicali e dedica un intero capitolo a ‘Gaetano e Giacinto’, una grande canzone degli Stadio che ricorda le gesta di due grandi campioni. Franco Selvaggi, campione del mondo di Spagna ’82, ricorda con piacere i due campioni: “Ho avuto l’onore di avere durante la mia carriera calcistica due amici che portano il nome di Facchetti e Scirea. Quando si parla di Facchetti e Scirea si corre il rischio di scendere nella retorica ma devo dire che questi uomini non hanno tempo. Ricordo con piacere le prime giornate in serie A in cui approfittavo della fase iniziale che precede l’avvio delle partite in cui andavo sempre a chiedere una foto a grandi campioni come Facchetti e Scirea. Per me che due anni prima giocavo a Pomarico, a Montescaglioso e Bernalda era una gioia immensa poter affrontare questi campioni. Ho avuto l’onore di avere Facchetti come dirigente quando giocavo nell’Inter, e ho potuto conoscere la grandezza di quest’uomo, sempre disponibile ma anche dotato di grande personalità. Quell’anno in nerazzurro c’erano grandi campioni come Rummenigge, Brady e Tardelli, ma le cose non andavano bene. Eppure quando scendeva Facchetti negli spogliatoi gli animi si calmavano. Era un uomo mite, ma anche con un carisma eccezionale. Su Scirea, invece, visto che oggi si dice che abbiamo bisogno di esempi positivi, di simboli ai quali ispirarci, ricordo spesso questo aneddoto: giocavo un derby infuocato con la maglia del Torino e avevo segnato il 2-1 alla Juventus quando Scirea mi fermò con un fallo abbastanza duro. Non fu ammonito ma lui si avvicinò, mi dette la mano e mi chiese scusa. Ricordo che Facchetti è stato espulso una sola volta per proteste in tutta la sua carriera. Anch’io sono stato espulso solo una volta per proteste, ma per un attaccante è molto più semplice evitare queste sanzioni rispetto ad un difensore. Quindi anche questo particolare è un motivo di vanto per Giacinto Facchetti e conferma che dietro un grande campione c’è sempre un grande uomo. Oggi il calcio è molto più aggressivo, più ‘mediatico’, ma non bisogna sorprendersi, è normale che lo sia se c’è una società in cui si punta molto sul fattore competitivo. Il nostro era un calcio romantico e credo che fosse un pochino meglio. Era un calcio più genuino, più scanzonato e credo che Scirea e Facchetti sono stati i rappresentanti migliori di un calcio che non c’è più”.

Al termine del dibattito Gianfelice Facchetti ha ricevuto tre regali molto graditi: una rosa azzurra da una fedelissima tifosa dell’Inter, una scultura in terracotta che riproduce il volto del padre Giacinto realizzata dall’artista Raffaele Pentasuglia e un dipinto degli antichi rioni Sassi del pittore Donato Rizzi.

 

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