Meditazione dell’Arcivescovo per la Quinta Domenica di Quaresima

Non è difficile che noi uomini non accettiamo l’altro e gli puntiamo il dito contro in segno di rimprovero. Una sfida? Una minaccia? Succede un po’ a tutti, soprattutto a noi meridionali abituati a parlare anche con i gesti, gesti che a volte sono più chiari delle parole. E succede anche nella Chiesa, quando noi predicatori della Parola, solleviamo la mano e puntiamo il dito, presi dalla foga del parlare. A volte il tono risulta minaccioso con il sapore dell’accusa. Non dimenticherò mai il dolore che provai in una concelebrazione, al momento della comunione, quando il parroco, apostrofando in malo modo una donna, le impedì di fare la comunione perché non si era confessata.  Con tono sprezzante, la mandò da me perché si confessasse. Dovetti consolarla e incoraggiarla e, mentre piangeva, coglievo il dolore di quel cuore ferito e umiliato davanti a centinaia di persone.

Nel brano del vangelo di questa quinta Domenica di Quaresima sono tante le dita che si agitano in modo violento, sprezzante, in nome di una giustizia senza misericordia di un Dio che, spesso, si nomina ma di cui si sente poco la presenza.

Al centro della scena c’è una donna, peccatrice, adultera, sorpresa mentre consumava il peccato. È circondata da uomini che agitano le dita, avendo probabilmente, peccato anche loro. Si odono anche grida di donne scandalizzate, isteriche, pronte a vendicarsi, perché tradite dai loro mariti: finalmente si possono vendicare!

Possiamo immaginare quanti sputi, frasi di disprezzo, spintoni, calci e schiaffi abbia subito mentre veniva condotta nel Tempio, dove Gesù si trovava a pregare e meditare la Parola. Improvvisamente gli schiamazzi, le urla, il desiderio di vendetta si insinuano nel silenzio di Dio, dove Gesù, senza proferire parola, fa parlare la Parola, usando lo stesso dito degli uomini ma in un modo diverso.

Il dito ci rimanda all’inizio della vita, raccontato nel libro della Genesi, quando Dio, con le sue mani, impastò la terra e creò l’uomo a sua immagine e somiglianza. Gli diede la sua stessa dignità. Ma ci rimanda anche a quello di Dio che sul Sinai, impresse nella roccia i Dieci Comandamenti, consegnandoli a Mosè. In questo episodio del Vangelo odierno il dito di Gesù è rivolto ancora una volta verso la terra, come all’inizio della creazione. Gesto che mi stimola questa riflessione: Dio riscrive la storia umana perché ogni uomo ritrovi la sua dignità perduta, rivestendolo della sua divinità. Allo stesso modo, quel dito che scrive per terra, traccia le fragilità comuni ad ogni uomo. È un dito di artista che plasma e rifinisce i lineamenti, i contorni, così come è capace di fare solo un grande pittore come Giotto, di cui ammiriamo le opere nella Basilica Superiore di Assisi o il grande Michelangelo, del quale contempliamo l’inimitabile e perfetta statua della Pietà o l’impareggiabile Cappella Sistina!

Il dito dell’artista è capace di esprimere la bellezza “copiando” l’opera mirabile e inimitabile di Dio. Il Dito di Dio scrive pagine nuove di storia che aprono e costruiscono il futuro. Ce lo ricorda Isaia nella prima lettura, quando dice: «Non ricordate più le cose passate, non pensate più alle cose antiche! Ecco, io faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete? Aprirò anche nel deserto una strada, immetterò fiumi nella steppa. Mi glorificheranno le bestie selvatiche, sciacalli e struzzi, perché avrò fornito acqua al deserto, fiumi alla steppa, per dissetare il mio popolo, il mio eletto. Il popolo che io ho plasmato per me celebrerà le mie lodi».

Il Dio con noi è colui che si piega verso di noi, pronto sempre a curare le nostre ferite e a difenderci dagli indici velenosi di quanti sono desiderosi di soddisfare la propria rabbia giustizionalista.

È il Dio che ci copre, come una mamma, con il manto di misericordia, cura le ferite con l’olio della consolazione, guarisce con il vino dell’esultanza. Gesù è questo Dio di cui tanto parlano scribi e farisei ma che non sanno chi sia perché non l’hanno mai incontrato: non parlano e agiscono da Dio.

«Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei». Questa semplice frase mette a nudo quanto lontano sia il mondo di Dio da quello degli uomini, soprattutto quando questi pensano di agire da Dio!

La conclusione del vangelo, dopo che gli uomini, uno dopo l’altro, se ne vanno via, è davvero sublime: il cielo ritorna sulla terra, il sole risplende sul volto della donna, le stelle le fanno corona, la luna illumina le sue notti. È la potenza dell’amore di Dio, della sua misericordia che, come dice Papa Francesco, non si stanca mai di perdonare: “Lo lasciarono solo, e la donna era là in mezzo. Allora Gesù si alzò e le disse: «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?». Ed ella rispose: «Nessuno, Signore». E Gesù disse: «Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più».  

† Don Pino

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