Nino Buonocore, intervista al cantautore napoletano: “Jazz, amore a prima vista”

Successo per Nino Buonocore, ieri sera al Mulino Alvino, ospite del Matera Festival. Applausi a scena aperta per brani inossidabili che hanno invogliato il pubblico a cantare insieme con il protagonista della serata, che non ha risparmiato il bis. Fra i brani, RosannaA chi tutto e a chi nienteI treni d’agostoCosì distratti e, naturalmente Scrivimi. Con un sentito omaggio a un pubblico caloroso, l’inedita L’amore è nudo. Sabato 11 luglio, il cantautore napoletano sarà ospite nell’Anfiteatro Pisciolo a Viggiano (Potenza), sempre con l’Orchestra della Magna Grecia.

Nino Buonocore con l’Orchestra della Magna Grecia, con cui compie un breve tour fra Puglia e Basilicata. «Ho suonato di recente con la London Simphony – dice il cantautore napoletano – e, vi assicuro, non è una sviolinata, l’Orchestra della Magna Grecia non è da meno, anzi…». Applausi anche per il maestro Gianluca Podio, dieci anni insieme con Ennio Morricone, e il pianista Antonio Fresa, che ha offerto momenti straordinari coniugando la sua matrice jazz ai brani interpretati dal protagonista della serata che, in realtà, con gli arrangiamenti jazz flirtava da anni.

Orchestra e arrangiamenti jazz, dunque. Galeotto fu l’incontro con Chet Baker. «La mia scrittura è stata sempre molto vicina a questo mondo musicale, tanto che si può accostare tranquillamente a una tessitura jazzistica; diciamo che era il mio sogno nel cassetto, anche perché spesso ripeto che le fasi artistiche si dividono sicuramente in tre periodi, almeno questo è quanto accaduto a me: il primo, quando sei giovane, e vuoi “scassare” tutte cose, cominci da rock, un genera aggressivo; seconda fase, quella dello studio, cominci a moderare certi aspetti e pensare a un linguaggio e come rivolgerti al pubblico; terzo periodo, il più bello: ti senti libero da costrizioni e condizionamenti, fai praticamente solo quello che ti balena per la testa».

Lusingato o meno dalla richiesta di successi come “Scrivimi”, “Rosanna”, “Una canzone d’amore”. «Mai rinnegare le canzoni, i successi, che sono poi gli strumenti che consentono, più avanti, di scegliere liberamente cosa fare: continuare su quella strada o sterzare su altre strade; forse oggi le avrei riscritte diversamente, ma come faccio a rinnegare capitoli che hanno contribuito alla mia crescita, ma anche a rimediare a degli errori…».

Sentiamo quali errori sente di aver commesso, Buonocore. «Pensare, per esempio – dice Buonocore – che il Festival fosse un punto d’arrivo, e invece non è nemmeno un punto di partenza è una trasmissione televisiva, una kermesse, uno show come un altro, dove la canzone – che invece dovrebbe essere protagonista – viene messa all’angolo, perdendo quello che era il ruolo principale di una manifestazione che non a caso era considerata “Festival della canzone italiana”: la musica non richiede di essere spettacolarizzata, la musica è già uno spettacolo di suo, anche chitarra e voce…».

Come e quanto è intervenuto, allora, in chiave jazz nelle sue canzoni. «Non molto, la scrittura è assimilabile, è stato un percorso quasi naturale, anche grazie ai musicisti che hanno quella cultura e che mi hanno affiancato in questo progetto; credo sia stato un processo naturale, un lavoro già semplificato».

Ma Chet Baker, un supergruppo con Rino Zurzolo. «Il passaggio allo stadio jazz è arrivato in modo naturale, anche se mi sono tornati utili certi passaggi; premesso che tengo alla mia integrità di pensiero, non certamente statica – quella appartiene agli sciocchi – volevo però mantenere le ragioni che mi hanno avvicinato alla musica, cosa che ho sempre tutelato; mai imposizioni, solo felici incontri, anche di esperienze diverse, tanto che credo di avere preso, ma anche di avere dato negli incontri con i musicisti con i quali mi sono relazionato e mi riferisco a Rino, per esempio».

Non gli manca lo studio, chiudersi in sala di registrazione per scrivere e realizzare album. «E’ un periodo che lo studio mi sta molto stretto – conclude Buonocore – io che fra quelle quattro mura ci ho vissuto a lungo, io che ho cominciato a diciotto anni; mi sono stancato della musica autoreferenziale, oggi in qualche modo voglio dare, lanciare – se vogliamo – un boomerang perché mi faccia comprendere come questo mio modo di intendere la musica, mi torni indietro…».

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