1° Maggio: messaggio del Vescovo di Matera-Irsina

Carissimi,
il 1° maggio 2020 è alle porte. Giorno di festa per il mondo del lavoro. Noi vescovi, attraverso la Pastorale Sociale del Lavoro, quest’anno abbiamo voluto dare come tema della giornata: «Il lavoro in un’economia sostenibile».
Dal libro della Genesi apprendiamo che «Il Signore Dio pose l’uomo nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse» (Gen 2,15)
Quest’anno ci stiamo rendendo conto, a causa del COVID-19, che siamo molto vulnerabili e che il contesto sociale è mutato perché:
– Nulla sarà come prima per le famiglie che hanno subito perdite umane.
– Nulla sarà come prima per chi è stremato dai sacrifici in quanto operatore
sanitario.
– Nulla sarà come prima anche per il mondo del lavoro, che ha prima rallentato e poi ha visto fermarsi la propria attività».
Alla base della celebrazione del 1° maggio 2020 ci sono queste preoccupazioni.
È un’emergenza a livello globale, quindi nazionale, di conseguenza regionale. Nella nostra terra di Basilicata gli effetti si stanno rivelando in modo considerevole e ingenti nei diversi settori occupazionali e produttivi.
In una situazione già precaria a causa dello spopolamento continuo (i nostri giovani emigrano a centinaia ogni anno), avvertiamo la necessità di offrire prospettive concrete di rinascita alle famiglie, ai giovani, a quanti sono stati toccati dalla pandemia nella nostra regione. Sia il tempo di sofferenza che stiamo vivendo una opportunità per iniziative innovative che infondano un’aria vitale, presupposto per una rinascita ad ogni livello.
Dopo Matera 2019, anno straordinario a livello internazionale non solo per la città dei Sassi ma per l’intero territorio regionale, vi erano tutte le condizioni per auspicare un futuro migliore. Invece, ci rendiamo conto che i danni provocati da quest’invisibile nemico, qual è il coronavirus, non sono forieri di buoni auspici.
In tutti i settori, dalle piccole alle grandi aziende, alle già precarie condizioni di alcuni compartimenti industriali come quelli della Ferrosud, della Val Basento, della Val d’Agri e altri, si sono aggiunte quelle del turismo, del Terzo Settore e della Cultura.
Anche le aziende che si occupano di comunicazione, dalle TV private ai quotidiani, hanno grosse difficoltà ad esercitare la loro attività. Perdere la loro presenza sul territorio sarebbe una ulteriore ferita. Quanti investimenti erano stati fatti da Cooperative o singole persone! E come tralasciare la ristorazione e l’agricoltura messa completamente in ginocchio! Prodotti di prima qualità di tutto il metapontino, esportati
in tutta Italia e nel mondo, marciscono con le piante.
Le piccole e medie imprese e i trasporti, costretti a chiudere, non potranno ripartire con lo stesso slancio e speranza da cui erano animati. Sempre più numerose sono le famiglie nelle quali ormai da due mesi non entra un centesimo. Sono attività private, lavoratori stagionali o occasionali, spesso in nero, tra cui braccianti agricoli extracomunitari maggiormente concentrati nelle zone di Palazzo San Gervasio e nel Metapontino.
È inutile negarlo: nulla sarà come prima!
Ma questo non significa piangersi addosso, scoraggiarsi, lasciandosi travolgere dal virus del pessimismo e della rassegnazione. Bisogna ripartire. E se è vero che abbiamo bisogno di essere fortemente sostenuti economicamente, è altrettanto vero che non intendiamo essere assistiti.
Vogliamo essere aiutati a ripartire, consapevoli che, per quanto sarà dura, resterà una sfida emozionante che dovrà portare tanti cambiamenti nel modo di saperci rapportare con noi stessi, con gli altri, con la vita, con l’economia, con il nostro territorio.
Dobbiamo essere tutti protagonisti se vogliamo risorgere, incominciando ad agire in modo nuovo, nonostante siamo coscienti che i tempi della ripresa definitiva di tutte le attività sono lunghi. Come cristiani non avrebbe senso rivendicare la celebrazione della Pasqua e non vivere la Pasqua nell’impegno e nella fatica che ci aspetta.
Alla luce di queste considerazioni è necessario che non ci siano soltanto slogan o proclami: «Nessuno deve perdere lavoro per il coronavirus». Se è sacrosanto salvare e sostenere le imprese e coloro che hanno un posto di lavoro, non possiamo dimenticare le categorie di persone che rischiano di rimanere fuori da ogni tipo di aiuto:
«soprattutto le categorie solitamente più fragili e meno tutelate come i lavoratori autonomi, gli irregolari o quelli con contratti a tempo determinato».
Invochiamo per la nostra gente un lavoro dignitoso, che sia, come auspica papa Francesco, «libero, creativo, partecipativo, solidale» (EG 192).
 Libero dai vincoli opprimenti del caporalato e di ogni forma di sfruttamento;
 Creativo, perché rifondato sulle esigenze di uno sviluppo sostenibile, che
coniughi dignità della persona e rispetto della salute e dell’ambiente e
salvaguardia della casa comune;
 Partecipativo, che metta tutti, imprenditori, lavoratori, istituzione e parti sociali, nella possibilità di partecipare anche alle decisioni circa le condizioni di lavoro;
 Solidale, perché non favorisca soltanto i privilegi di alcuni, garantiti da un impiego statale, ma un’autentica solidarietà sociale verso quanti sono meno tutelati.
Da qui l’urgenza di un tavolo di lavoro che coinvolga i rappresentanti del mondo del lavoro e le Chiese locali, in uno sforzo congiunto per promuovere iniziative innovative di rinascita della nostra regione.
Temi importanti quali: la bonifica dell’ambiente, la regolarizzazione del flusso della manodopera in settori critici come quello dell’agricoltura e l’assistenza domiciliare ai lungodegenti, malati cronici, tramite l’uso di nuove tecnologie come quelle della Telemedicine, ci sembrano offrire spazi di collaborazione fruttuosa che vanno opportunamente investigati.
Ritorna quanto mai attuale in questo periodo il messaggio di Papa Francesco con l’Enciclica Laudato sì. Riproponendo energicamente la dottrina sociale della Chiesa, ci invita a rimettere al centro la persona, la dignità del lavoratore. L’economia non può essere finalizzata solo a se stessa.
È questo il momento in cui, attraverso politiche sociali ed economiche mirate, bisogna puntare a redistribuire la maggiore ricchezza creata, promuovendo nuovi beni, servizi, attività, mestieri e professioni. Si tratta di investire sfuggendo la tentazione di quelle forme di assistenzialismo che perseguono altri fini. Uno sguardo particolare alle Cooperative che in questi anni hanno assunto centinaia di persone: penso in particolare al Progetto Policoro finanziato dalla CEI.
«Nel cammino che la Chiesa italiana sta facendo verso la 49ª Settimana Sociale di Taranto (4-7 febbraio 2021? Sarà certamente rinviata ad altra data) siamo chiamati a coniugare lavoro e sostenibilità, economia ed emergenza sanitaria. L’opera umana sa cogliere la sfida di rendere il mondo una casa comune. I credenti possono diventare segno di speranza in questo tempo. Capaci di abitare e costruire il pianeta che speriamo».
Auguro a tutti di poter camminare uniti, guidati dall’unico intento: il bene del Paese che è formato da Nord, Centro e Sud senza distinzioni.
Insieme, affidiamo alla Madonna l’Italia, i malati, gli operatori sanitari e i medici, le famiglie, i defunti. A San Giuseppe lavoratore presentiamo, in particolare, voi lavoratori, coscienti che sono tante le paure e le preoccupazioni pensando al futuro.
Vi abbraccio tutti e benedico.

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