Crollo di vico Piave, lettera aperta di Francesco Calculli a Napolitano, Grasso, Boldrin, Renzi e Pizzi

La palazzina di vico Piave è caduta lo scorso 11 gennaio, ma da quel giorno i passi avanti sono stati pochi. Così Francesco Nunzio Calculli, che in quel crollo ha perso la moglie, Dina Antonella Favale, ha scritto una lettera ai presidenti Napolitano, Grasso, Boldrin, Renzi e Pizzi.
Questo il testo integrale

Al Presidente della Repubblica
Al Presidente del Senato della Repubblica
Al Presidente della Camera dei Deputati
Al Presidente del Consiglio dei Ministri

E p.c. Al Prefetto di Matera

Egregi Presidenti,
chi Vi scrive è un cittadino della città di Matera.
Mi chiamo Francesco Nunzio Calculli, ho 30 anni e pongo alla Vostra attenzione il mio caso.
Il giorno 11 gennaio 2014 lo stabile in cui vivevo da 6 anni assieme alla mia consorte Dina Antonella Favale, è stato attinto da crollo, episodio tragico in cui ho perso tutto, ma soprattutto quello che non volevo assolutamente perdere: mia moglie, donna di soli 30 anni.
Da quel tragico, maledetto, sventurato, triste giorno sono passati solo e già 4 mesi.
Trovarmi solo, senza più nulla, con solo quella divisa da lavoro indossata quella mattina alle 7, ritornare senza volerlo nel letto di casa di mia zia, donna che si è assunta quando avevo solo 12 gg i doveri di una mamma morta per darmi alla luce, sottraendomi a un destino potenzialmente triste, è devastante.
Sentire quel letto stretto stretto ma allo stesso tempo vuoto, vedere un armadio pieno di cose vecchie, lasciate quel giorno felice del mio matrimonio, ritrovare in quell’armadio il vestito da sposa di mia moglie perché in quello acquistato per arredare la nostra piccola casa non c’era spazio a sufficienza, riempirlo di cose nuove con il relativo onere economico, ricomprarmi perfino lo spazzolino da denti, accollarmi con onore tutte le responsabilità, dalla chiusura conto al riconoscimento di mia moglie, lasciata in quel giorno mentre dormiva con il suo pigiama pulito e ritrovandola su quel lettino con solo un telo a coprirla è qualcosa di inaccettabile e troppo difficile da sopportare.
Fortunatamente tutto l’amore seminato da me e lei in precedenza l’ho raccolto sin dalle prime ore del dramma e sta continuando a sorreggermi. Amore mostratomi dai miei cari amici e familiari, persone che mi accompagnano ora per ora, istante per istante in questo duro cammino. La loro vicinanza, il loro interesse alla vicenda, la loro premura, il soffrire assieme sono tutte cose divenute fondamentali adesso.
Altrettanto non posso assolutamente dire a riguardo delle istituzioni locali: Comune di Matera e Regione Basilicata. Dopo un’iniziale forma di interesse, dopo le espressioni di commiato del caso, la loro presenza e vicinanza è andata sempre più scemando. L’affetto delle istituzioni di quel giorno, le loro pacche sulla spalla, i loro abbracci, le loro lacrime mi hanno dato l’illusione che veramente di fronte ad una tragedia del genere, una ferita aperta nel cuore della città, ferita fisica e morale indelebile, finalmente le istituzioni stavano svolgendo il loro dovere. Ma purtroppo è stata solo un’illusione, amara e cocente.
Recarmi di mia spontanea volontà in Comune anziché essere convocato da chi aveva il dovere di farlo, di assistermi, di informarsi sulle esigenze della mia persona solo perché in maniera informale erano venuti a conoscenza di una mia temporanea sistemazione è inaccettabile.
Ritrovarsi a quattro mesi di fronte a delibere comunali propagandate attraverso gli organi di stampa e mai realizzate, aspettare che si trovino in una città di 60.000 abitanti 9 alloggi in cui sistemare cittadini onesti, apprendere che l’assistenza doverosa debba essere normata e quindi destinata a lungaggini burocratiche, toccare con mano l’impreparazione e la mancanza di idee che la straordinarietà del caso impone della macchina istituzionale e soprattutto il mancato rigore morale che la situazione richiede per quanto sia di massima serietà, ascoltare personalmente considerazioni inadeguate e anche inopportune riconducibili al procedimento giudiziario in corso da parte di esponenti politici dell’amministrazione comunale, considerazioni che ledono soprattutto la memoria, l’intelligenza e la dignità di mia moglie mi fa sentire totalmente abbandonato e deluso.
Disinnamorarmi della mia città per colpa di tutto questo è eticamente inaccettabile. Pensare che questa città si interessi a concorrere per un obbiettivo culturale a livello europeo, cercando di diventare Capitale europea della cultura disinteressandosi della ferita aperta nel suo senso di civiltà è qualcosa che dovrebbe portare ad un serio esame della coscienza di una comunità a tutti i livelli, sia locale che nazionale.
Faccio appello alle Istituzioni da Voi rappresentate affinché sia desta l’attenzione su un caso di estrema serietà che rischia di cadere nell’oblio. Possa il Vostro interesse alla vicenda essere di sprone all’immediata e sensata risposta che le istituzioni locali devono dare a cittadini che si ritrovano a doversi ricostruire un’esistenza con la paura di farlo da soli e vedendosi non riconosciuti i propri diritti.
Fiducioso di un Vostro interessamento, colgo l’occasione per ringraziarVi del tempo prezioso che avete voluto dedicarmi.
Distinti saluti.
                                                                                                                                                     Francesco Nunzio Calculli

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