Strage Brindisi, nuove testimonianze: “Ho visto Vantaggiato trascinare il bidone”

I cassonetti dell’immondizia decisivi per incastrare Giovanni Vantaggiato. Sembra strano, ma è uno dei motivi (se non proprio quello principale) che hanno permesso agli inquirenti di individuare in Giovanni Vantaggiato, imprenditore 69enne di Copertino, l’autore della strage di Brindisi dello scorso maggio, nonché l’assassino di Melissa Bassi, la studentessa 16enne morta dopo l’esplosione della bomba nei pressi dell’istituto professionale ‘Morvillo Falcone’. L’indagine, quindi, verte attorno al modo in cui, per mettere a segno il piano, Vantaggiato si procurò i cassonetti dell’immondizia nei quali collocò l’ordigno, da lui stesso fabbricato, e azionato con un telecomando a distanza.

Al di là delle confessioni rese dall’imputato, dopo il fermo di polizia giudiziaria, una conferma è arrivata dai rilievi scientifici eseguiti sulle parti del bidone della spazzatura azzurro recuperate dopo l’esplosione; un tipo di contenitore impiegato da varie amministrazioni comunali, non lontane da Copertino, quali Nardò e Porto Cesareo. E la presenza di uno di questi nel capoluogo messapico non poteva avere senso logico, se non perché trasportato da qualcuno residente in quelle aree del Salento. Quindi, Vantaggiato si sarebbe procurato con facilità il bidone, magari sottraendolo da qualche strada periferica. Un’ulteriore conferma alla tesi che quei cassonetti arrivassero da fuori città, e che a portarli potesse essere stato proprio Vantaggiato, potrebbe essere giunta attraverso alcune fra le testimonianze chiave, nell’ambito del processo, che s’è riaperto ieri, presso la Corte d’assise di Brindisi. Si tratta della quinta udienza, nella quale sono sfilati in aula diversi testimoni. Fra questi, Francesca Pietrafitta, una giovane donna brindisina, che abita nelle vicinanze del luogo dell’attentato, e Antonio Lioce. Si trovavano in auto insieme.

La ragazza ha spiegato di aver visto, la notte del 18 maggio, intorno all’1.30, una persona, che avrebbe poi riconosciuto in Giovanni Vantaggiato, sul marciapiede di via Oberdan. Francesca Pietrafitta ha anche illustrato l’azione scorta con i suoi occhi: Vantaggiato avrebbe trascinato un cassonetto verso l’istituto. La giovane ha fornito anche una descrizione fisica dell’uomo: vestito di scuro, avanti con l’età, alto tra un metro e settanta e un metro e ottanta. Specificando anche che avrebbe abbassato la testa, quando vide l’auto in cui lei si trovava, la quale passò nelle vicinanze. Dopo l’attentato del 19 maggio, poi, Francesca Pietrafitta raccontò a sua sorella quell’episodio, e quest’ultima chiamò la polizia. Anche Antonio Lioce, seppur con meno dettagli, ha confermato di aver visto una persona trascinare un bidone blu. Fisicamente trasandato, sulla cinquantina, alto circa 1 metro e 70, vestito di scuro, con un cappellino con visiera, di corporatura robusta.

Le prime indagini degli investigatori sono partite dalla presenza sul luogo di due autovetture, delle quali Vantaggiato avrebbe avuto disponibilità sia la notte tra il 18 e il 19 maggio, in coincidenza con la collocazione del bidone della spazzatura proprio in quel punto e dell’ordigno composto da tre bombole di gpl, sia la mattina successiva, prima e dopo l’esplosione. I veicoli erano una Hyundai Sonica, il cui numero di targa fu rilevato da alcune telecamere di sicurezza, e una Fiat Punto a tre porte, anch’essa ripresa nei filmati e caratterizzata, fra le altre cose, dall’anabbagliante sinistro e dal fanalino destro della targa posteriore rotti, oltre che dalla posizione insolita del contrassegno assicurativo, a destra, ma in alto, sul parabrezza. Tutti dettagli rilevati durante un controllo presso l’abitazione di Vantaggiato, in via Vespucci, a Copertino. Di rilievo apparve, poi, la circostanza che le autovetture, al momento della registrazione delle telecamere, provenissero da Lecce e procedessero nella stessa direzione quando si allontanarono dall’istituto.

In particolare, la Hyundai Sonica fu ripresa all’ingresso di Brindisi, proveniente da Lecce, nei pressi del crocevia di Ponte Sant’Angelo, alle 7,22 del mattino di un sabato precedente al giorno dell’attentato, e per l’esattezza il 5 maggio. Il telefonino di Vantaggiato, in quel momento, ricevette anche una chiamata, impegnando una cella telefonica che copriva l’area della scuola. Da qui, l’ipotesi di un sopralluogo precedente alla strage.

Tornando al processo di ieri, davanti alla Corte d’assise si è presentata anche Giuseppina Marchello, moglie di Vantaggiato. Volto coperto con sciarpa e cappello, si è avvalsa della facoltà di non rispondere, ed ha solamente replicato con un “Per favore”, al presidente della corte, Domenico Cucchiara, quando le ha chiesto di mostrare il viso per l’identificazione. La sua permanenza sul banco dei testimoni è durata pochi istanti. Un’altra testimonianza è stata quella di Aurora Radeglia, una delle studentesse rimaste ferite nell’esplosione. Alle domande del pm Gugliemo Cataldi, Aurora ha risposto: “Dal giorno dell’attentato non dormo più, ho gli attacchi di panico, non esco più da sola”. Aurora era scesa dallo stesso pullman proveniente da Mesagne sul quale si trovavano anche Melissa Bassi ed altre ragazze ferite, alcune in modo anche molto grave. “Ho sentito il boato, ho visto volare i fogli per aria”, ha aggiunto.

 

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