Andrea Rospi: “Vi racconto la mia storia”

Facile parlare di malasanità e scagliarsi contro chi quotidianamente opera per garantire la tutela della salute dell’intera comunità, adducendo articolate motivazione che parlano di limitata professionalità, mancanza di passione e di voglia di dedicarsi alla sofferenza altrui (la vera mission di chi decide di intraprendere l’attività sanitaria). Quasi mai ci si ricorda dei casi in cui la sanità si dimostra efficiente, efficacie e di qualità, andando ben oltre “l’ordinaria” attività. E così, a distanza di due mesi dalla nascita della mia secondogenita Matilde, dopo essere tornato al sereno e regolare vivere quotidiano, ho deciso di raccontare quanto ci è accaduto all’interno del nosocomio Madonna delle Grazie, per ringraziare pubblicamente chi all’interno vi opera ed è in grado di regalare immense gioie agli utenti, soprattutto quando vengono alla luce nuove vite (come nel nostro caso). Dal 1 febbraio mia moglie sarebbe entrata nella settimana ostetrica e dunque, a partire dalla settimana precedente, la ginecologa che la ha seguita durante la gravidanza, definita a rischio per problemi tiroidei, aveva programmato una serie di controlli serrati utili per monitorare nel migliore dei modi gli ultimi delicati giorni. Come previsto, mercoledì 25 gennaio ci rechiamo in ospedale: dovremmo fermarci al 3° piano, ambulatorio di ginecologia, per ecografia e tracciato, ma tiriamo dritto fino al 4° per raggiungere il Pronto soccorso ostetrico ginecologico a causa di una forma influenzale che ha costretto mia moglie ad una nottataccia, ma soprattutto perchè arrivano le prime contrazioni. La visita del ginecologo di turno è piuttosto immediata così come il seguente tracciato, si decide anche per una ecografia quindi, dopo un breve consulto tra colleghi, si ritiene necessario il ricovero nel reparto di ostetricia-ginecologia (4° piano) per tenere mia moglie sotto osservazione e valutare se alle contrazioni faccia seguito la dilatazione del collo uterino. Tra flebo e medicinali vari, dolori che a tratti aumentano, visite specialistiche, tracciati ed ecografie, si arriva a giovedì sera 26 gennaio quando la situazione sembrerebbe migliorata non essendoci più almeno i sintomi influenzali. I medici fanno sapere che, persistendo tale condizione, nella mattinata di venerdì avremmo lasciato il 4° piano del Madonna delle Grazie per poi ritornarci al momento opportuno. Giunge la notte, le cui prime ore scorrono con tanto di cardiotocografo in azione proprio per un ulteriore monitoraggio, prima di poter essere certi delle dimissioni. Intorno alle 2, il ginecologo di turno, anche per scrupolo, decide per una nuova visita: nulla di fatto, il collo uterino non è in fase di dilatazione, anzi è chiuso in maniera “ermetica”, e possiamo tornare a dormire tranquilli. Ed è proprio questa tranquillità che di lì a poco si trasformerà in panico generale, gestito in maniera esemplare dagli operatori sanitari. Di fatto, ed anche perché alla nostra famiglia non piacciono le cose semplici (altrimenti l’adrenalina verrebbe meno), passate da poco le 5, mia moglie mi sveglia e mi dice, con estrema tranquillità, di aver “rotto le acque”. E così mi alzo dalla mia sedia a sdraio per chiamare l’infermiera, la quale rapidamente giunge in camera accompagnata dalla operatrice socio sanitaria, mentre mia moglie chiama i suoi per informarli. A telefonata ultimata, è il momento di alzarsi dal letto anche per evitare che lo stesso si bagni completamente ed ecco che parte il countdown: rimosse le coperte, increduli scopriamo che non si tratta di liquido amniotico ma di sangue che, nel momento in cui mia moglie si alza, esce in abbondanza dalla vagina. Non ci dicono di cosa si tratta, l’unica cosa certa è che, verificato il battito della bambina, si corre in sala parto con la sedia a rotelle per comprendere se è possibile procedere con parto naturale. La risposta negativa è altrettanto rapida e bisogna d’urgenza scendere in sala operatoria per il cesareo mentre il ginecologo di turno convoca l’equipe e l’ostetrica mi dice di preparare la roba per la bambina, prima di scendere, perchè in soli 7 minuti sarebbe nata. Una notizia del genere ci scuote ulteriormente, dà l’idea di una situazione che si aggrava, e non solo per la piccola, e mi tocca chiamare i familiari per avvisare della complessità di quanto si sta verificando. Fiducioso ma ampiamente preoccupato, vado in camera ed aiutato da un paio di operatrici sanitarie preparo la roba per Matilde e mi fiondo dinanzi alla sala operatoria, il tutto in pochissimi minuti. Passano pochi istanti, sono le 5:40, si sente piangere e l’ostetrica può lasciare un attimo la sala operatoria per annunciare a gran voce che Matilde è nata, ma rientra subito perché è necessario ultimare l’operazione e ricucire la mamma. Io ho il tempo di seguire il pediatra che con l’infermiera sta portando la piccola e stupenda Matilde in neonatologia: bisogna registrarla, come da routine, dopodiché sono le puericultrici a prendersene cura ed io posso lasciare il reparto per tornare dinanzi alla sala operatoria quando ormai sembra che tutto sia finito. Di lì a breve infatti compare l’anestesista che, asciugandosi la fronte, dice: “Ce l’abbiamo fatta!”, e bastano queste parole per capire che è stata davvero dura. Finalmente posso rivedere mia moglie e, pur se è ancora sotto effetto anestesia, posso rasserenarla dicendole che la piccola sta bene ed è bellissima. Ormai siamo alle 8 del mattino e ci fanno risalire pur se per stazionare nella zona delle sale parto, affinchè mia moglie possa rimettersi in sesto. Intanto, ad operazioni ultimate, con la situazione che di fatto può solo migliorare e con l’intero staff sanitario evidentemente soddisfatto per il risultato conseguito, possiamo essere informati in maniera dettagliata sull’accaduto: quello che si è verificato è un distacco intempestivo della placenta, capita nello 0,5% delle gravidanze, è imprevedibile e asintomatico, quasi sempre comporta la perdita del feto, soprattutto se le tempistiche sono lunghe, ed in alcuni casi provoca anche il decesso della madre, la quale comunque subisce lo “shock” dell’emorragia. Qualcosina, in quei pochi ma interminabili minuti di attesa, la avevo intuita ma non potevo certo tracciare un dettagliato quadro clinico e quindi, leggermente smaltita la notevole tensione accumulata, posso dialogare più serenamente con il personale sanitario che non fa altro che ripetere: “Fortuna che eravate qui…!” Di fatto soltanto qualche minuto di troppo sarebbe stato fatale ed invece, il nostro essere già in ospedale, ha permesso all’intero staff, che ha operato nel corso di quella sofferta ma gioiosa notte, di lavorare di squadra in maniera eccellente, di raggiungere lo straordinario traguardo della vita e dare una doppia immensa gioia ad un’intera famiglia che era in trepidante attesa. Nei 10 giorni seguenti, trascorsi al Madonna delle Grazie, medici, infermieri ed operatori socio sanitari, hanno confermato le proprie squisite qualità morali e professionali, continuando a seguire da vicino il caso e soprattutto monitorando l’ematoma formatosi tra il fegato ed il rene di mia moglie, mentre mia figlia, dopo i necessari primi giorni in incubatrice in Neonatologia, ha potuto raggiungere la mamma e darle così un supporto morale per la ripresa fisica. In seguito ad una serie di analisi e controlli, che hanno coinvolto anche altri reparti ospedalieri, lunedì 6 febbraio, nel pomeriggio e con la città che comincia ad imbiancarsi per la prima nevicata, ci danno l’ok per lasciare il nosocomio e poter così tutti insieme ritornare a casa. Possiamo raggiungere l’auto, ma non prima di aver ringraziato e ringraziato ancora, coloro che si sono adoperati perchè tutto volgesse per il meglio: qualcuno penserebbe ad un atto dovuto, altrimenti potrebbero svolgere altre mansioni, non quella sanitaria, ed invece dico che, quando chi lavora nel settore si trova dinanzi a circostanze drammatiche come quella verificatasi il 27 gennaio, oltre ad appellarsi alle proprie qualità professionali e morali, impeccabili ed uniche, deve anche guardare in “alto”. Volutamente non sono stati indicati i nomi di coloro che hanno operato e hanno seguito mia moglie e la piccola durante la degenza, perchè il MILLE GRAZIE va all’intero Madonna delle Grazie, che pur tra mille difficoltà economiche e con il personale ridotto, riesce a far sorridere la gente. Saranno pur pochi ma non reputo giusto mettere in discussione le qualità di gente che con abnegazione e passione svolge il proprio lavoro e lo fa perchè ha scelto di dedicarsi alla sofferenza altrui per far sì che possa, qualora possibile, trasformarsi in immensa gioia.

Andrea Rospi

 

 

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