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Arte, cultura e cittadinanza: il modello Matera

sassi materaPuò una città essere una buona notizia? Non saprei dirlo, in astratto. Matera, però, riesce ad essere – in concreto – un’ottima notizia. Forse perché rappresenta l’esatto contrario di ciò che sfigura le grandi griffes dell’industria della città d’arte: come Venezia, o Firenze. Sono capitato a Matera il 19 settembre: in quella che, sulla carta, era la più sfavorevole delle situazioni. Si incrociavano il festival di Radio Tre (Materadio) e la presentazione drammatizzata del dossier della candidatura della città a Capitale europea della cultura nel 2019: insomma, la somma di evento ad evento rischiava di produrre la sparizione della città reale.

Invece no, è successo tutto il contrario. La vera protagonista era – consapevolmente, anzi programmaticamente – la comunione tra città e cittadini. Una comunione fondata sull’idea che la cultura ha a che fare più con i diritti della persona che non con l’intrattenimento a pagamento. Mentre, cioè, l’opulenza artistica di Firenze o quella di Venezia hanno prodotto il modello del patrimonio artistico come bene di consumo dedicato ai turisti, la ‘povertà’ di Matera rende quasi tangibile l’attualità del modello costituzionale: il patrimonio come strumento di democrazia sostanziale.

Quella sera, nelle strade del Sasso Caveoso alcuni giovani e bravissimi attori in camice da medico verificavano la salute degli «abitanti culturali»: non chiedendoci se sapessimo chi fosse Leonardo, ma misurando il nostro tasso di accoglienza, socialità, apertura. Poco più in là, Gommalacca Teatro portava in scena un gruppo di braccianti extracomunitari che narravano in modo struggente il loro durissimo lavoro: era come vedere contemporaneamente la resurrezione del passato (come, cioè, se i materani di oggi fossero messi di fronte all’orai altrimenti sconosciuta vita dei loro avi) e un’anticipazione del futuro (quando questi immigrati saranno davvero cittadini a pieno titolo). Non si sarebbe potuto dire più efficacemente che, da secoli, siamo tutti italiani non per sangue (avendocelo, da sempre, meticciatissimo) ma per jus soli, cioè per il nostro legame con la terra, l’ambiente, il patrimonio artistico che modifica il paesaggio.

Un caso fortunato? No, la direzione che il sindaco Salvatore Adduce e il direttore della candidatura Paolo Verri hanno voluto imboccare è esattamente questa: la cultura come cittadinanza. E non è solo uno slogan. Nel Museo nazionale di Matera (un posto meraviglioso, che tiene insieme i frammenti di affreschi bizantini delle chiese rupestri, alcuni caravaggeschi spettacolari e la struggente epopea di Rocco Scotellaro dipinta da Carlo Levi) incontri la soprintendente Marta Ragozzino, la quale ospita una bella mostra fotografica sulle donne dell’Aquila(“donne che non tremano”, nonostante il terremoto e soprattutto il dopoterremoto) e ti dice candidamente che la sua missione è aprire lo spazio pubblico del museo «alla comunità». E a me – che vivo in una città dove la soprintendente e il sindaco i musei e i monumenti li noleggiano ai ricchi – queste parole normali sembrano una piccola rivoluzione.

E mentre Emmanuele Curti (uno straordinario archeologo ‘civile’ che ha scelto, tornando in Italia con il rientro dei cervelli, di vivere e insegnare proprio a Matera) mi porta a vedere una spettacolare chiesa rupestre appena scoperta da un suo allievo, attraversiamo una grande piazza gremita da bambini della scuola primaria. Sono tutti seduti per terra, e in mezzo a loro svettano dei piedistalli con sopra sculture contemporanee coperte da un velo. Dovranno disegnarle senza vederle, ma seguendone una descrizione verbale: vincerà chi si avvicinerà di più all’opera reale. Questa festosa ed intelligentissima educazione di massa all’arte si deve al Musma, il Museo della Scultura Contemporanea di Matera: un’istituzione davvero esemplare, che ha sede nel mirabile Palazzo Pomarici. Il Musma è esattamente il contrario dei ben più celebri acronimi del contemporaneo (dal Maxxi in giù, per intenderci): non è, cioè, un pozzo senza fondo in cui gettare denaro pubblico per promuovere interessi e poteri privati. No, è un’istituzione privata completamente al servizio del pubblico: una specie di monumento al senso civico, in cui lavora una cooperativa di giovani laureati in storia dell’arte contemporanea. L’anima del Musma è la Fondazione Zétema (sono stati loro a inventarsi questo nome, poi qualcuno l’ha copiato), e l’anima di questa Zétema buona è l’avvocato Raffaele De Ruggieri. Alla fine degli anni cinquanta, De Ruggieri fondò l’ormai mitica associazione “La Scaletta” che anche grazie alla spinta intellettuale di Umberto Zanotti Bianco (il fondatore di Italia Nostra) iniziò la battaglia per il recupero urbanistico e culturale dei Sassi. De Ruggiero fu il primo materano che tornò a comprar casa nei Sassi, fu colui che denunciò la rapina degli affreschi bizantini perpetrata da un professore tedesco e fu lo scopritore della spettacolare Cripta del Peccato originale. E oggi combatte, non meno eroicamente, contro la fuga dei capitali dal Mezzogiorno d’Italia, e riesce comunque a mantenere viva quella che non si può che chiamare una straordinaria agenzia di formazione alla cittadinanza.

Certo, anche a Matera i problemi non mancano: da quelli puntuali (la spettacolare Cattedrale è ancora inaccettabilmente chiusa, nonostante gli sforzi della soprintendenza) a quelli strutturali (nei Sassi vivono solo 2000 persone, e il rischio è che rimangano per sempre dei grandi bed & breakfast diffusi). Ma in nessun luogo come a Matera senti che il legame tra le pietre e il popolo è vivo e carico di futuro: e, se ha un senso dirlo, nella curiosa disfida per diventare capitale europea della cultura nel 2019 è proprio per questo che io tengo per Matera.

Tomaso Montanari – Consulente del ministro Bray

 

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