Condannato carabiniere in pensione a Racale

Una minore costretta dai propri genitori a prostituirsi, un computer con una web cam per connettersi su Facebook e su altri siti per trovare nuovi clienti e concordare appuntamenti. Una ragazza di appena 12 anni, il cui corpo viene ‘violato’ con il consenso dei propri genitori. Una storia da brividi, che costringe una famiglia di Racale a nascondersi dalla vergogna. Ma è tutta una finzione, frutto della fervida fantasia di un uomo. Una persona così malvagia, da infangare il buon nome di un’onesta famiglia e, soprattutto, una giovane di appena 12 anni. La Procura ha individuato il colpevole: si tratta di Umberto D’Amico, 66enne di Carovigno, carabiniere in pensione. L’imputato è stato giudicato colpevole di essersi inventato la vicenda di sana pianta, ed è stato condannato ad un anno e mezzo di reclusione con l’accusa di calunnia.

D’Amico, assistito dall’avvocato Giovanna Tornese, ha patteggiato la pena dinanzi al gup Vincenzo Brancato e ha potuto beneficiare della sospensione della stessa. Perché l’uomo, ormai in pensione, si sarebbe spinto sino a questo punto, arrivando persino a sporgere denuncia negli uffici dei carabinieri per segnalare un presunto caso di sfruttamento della prostituzione tra consanguinei? Alla base ci sarebbero dissapori tra l’uomo e la famiglia della giovane, suo malgrado, accusata di reati terribili. L’imputato, attraverso diverse denunce anonime inviate presso la Procura dei Minori e all’autorità scolastica, avrebbe accusato i due genitori della minorenne di sfruttamento della prostituzione della figlia. Nei due esposti, D’Amico si sarebbe camuffato da donna “giovane e molto piacente”, madre di due bambine, che si era prostituita anche lei in un villino vicino mare tra Torre San Giovanni e Torre Mozza. Negli esposti, poi, l’autore dichiarava come la minore, con tanto di nome e cognome, utilizzasse due pc, uno ‘pulito’, l’altro utilizzato per concordare gli appuntamenti.

Le indagini, condotte dai poliziotti della sezione di polizia giudiziaria della Procura di Lecce, hanno successivamente accertato, tramite una serie di riscontri presso la locale Agenzia del Territorio, che nella zona in cui sarebbero avvenuti gli appuntamenti, i genitori della giovane non avevano alcun immobile di loro proprietà. Gli inquirenti, poi, mascherarono il presunto responsabile con un’altra leggerezza compiuta da D’Amico: mentre nei due esposti inviati in procura l’autore si dichiarava essere una donna, nella segnalazione inoltrata al Telefono Azzurro la telefonata sarebbe stata fatta in forma anonima da un uomo che aveva composto il numero nell’ottobre del 2011. La parte civile, rappresentata dall’avvocato Roberto D’Ippolito, aveva chiesto un risarcimento danni di 100 mila euro.

 

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