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Lettera aperta di “Genitori Tarantini” ai rappresentanti sindacali dei metalmeccanici

Ai rappresentanti sindacali dei metalmeccanici.

“L’uguaglianza, la libertà, la democrazia, lo sviluppo, la conoscenza, la giustizia, la salute, la pace sono i valori che contano nel progresso umano e che non dobbiamo solo lasciare all’ideologia, ma viverli quotidianamente”.

Cari rappresentanti dei lavoratori,

l’incipit di questa nostra lettera è affidato ad un pensiero di Luciano Lama. Non a caso, il leader sindacale, scomparso 25 anni fa, richiama diritti contenuti nella nostra Carta costituzionale definendoli “valori”, nella piena consapevolezza che la Costituzione italiana non parla di pesi, ma, appunto, di valori.

E’, quindi, assolutamente iniqua, da parte vostra, questa continua difesa dei livelli occupazionali, quando questi vanno contro ogni diritto sia dei lavoratori che dei cittadini.

La vostra politica sindacale, plasmabile a seconda delle necessità, si è ultimamente vestita di ambientalismo e rispetto della salute. Vesti troppo leggere per essere resistenti alla verità.

Parlare di benessere psico-fisico dei cittadini e di salubrità ambientale, oggi, appare fuori tempo massimo, soprattutto in una azienda che non rispetta, a tutt’oggi, i parametri minimi di tali diritti. Pure, voi non riuscite a slegarli dall’onnipresente vostro unico cruccio: l’occupazione.

Quanto vi è sembrata “pesante” la chiusura della produzione a caldo a Genova, prima, e successivamente a Trieste? Quanto vi è sembrato, e vi sembra, importante che la stessa produzione a carbone sia attualmente assicurata esclusivamente dal sito tarantino? Quali reali azioni, al di là di denunce agli organi competenti che non sappiamo quale seguito abbiano avuto, avete messo in campo per tutelare la salute dei dipendenti dell’acciaieria tarantina? Quanto conta, per voi, il rischio che si assumono gli stessi dipendenti, i cui interessi dovrebbero da voi essere tutelati, nel prestare la propria opera su impianti fatiscenti, vetusti, al limite del collasso?

No, per voi il mantra è “occupazione, occupazione, occupazione”. Va bene l’ambiente, ma dobbiamo tutelare l’occupazione. Va bene la salute dei cittadini, ma dobbiamo tutelare l’occupazione.

La domanda, per dirla alla Lubrano, nasce spontanea: si possono tutelare ambiente e salute con una produzione a caldo in funzione? Dopo Genova e Trieste, sembrerebbe di no.

Perché, dunque, vi ostinate a difendere l’indifendibile? Perché, alla stregua degli industriali (fino a qualche tempo fa, definiti padroni), vi impegnate in esercizi di allarmismo, paventando chissà quali pericoli, dopo la sentenza del Tar di Lecce sull’ordinanza sindacale di spegnimento dell’area a caldo?

Esattamente come noi, voi conoscete le reali ragioni che fanno dell’acciaieria tarantina un asset strategico per la nazione, in costante perdita economica. Le elenchiamo, già prevedendo vostre considerazioni contrarie.

1 – Pagamento dei debiti contratti con le banche (Banca Etruria, in primis) e con i fornitori, durante la gestione commissariale dell’impianto (parole di Carlo Calenda, in una puntata di Report);

2 – Tempi velocissimi di consegna agli industriali del Nord rispetto a ordinativi commissionati ad acciaierie cinesi o indiane;

3 – Dilazione dei pagamenti più ampie rispetto a Cina e India;

4 – Spese di spedizione e consegna nettamente inferiori, sempre rispetto ad acciaierie di altre nazioni.

Queste sono le principali ragioni per le quali i tarantini, senza distinzione di sesso, età e occupazione, continuano ad ammalarsi, soffrire e, in troppi casi, morire.

Voi, però, ci fate sapere che la chiusura della produzione a caldo procurerà disoccupazione anche negli altri siti italiani. Questa è la posizione dei Sindacati rispetto all’ambiente e alla salute dei cittadini. Troppa ipocrisia, signori.

Da cittadini, da rappresentanti dei lavoratori dovreste essere realmente dalla parte della Costituzione italiana e di ciò che questa garantisce.

Il lavoro deve essere svolto in salute, in un ambiente salubre, in sicurezza e con dignità: quattro elementi totalmente trascurati, nell’acciaieria tarantina. In assenza di questi diritti, non si può parlare di lavoro, ma semplicemente di schiavitù. Ed essere rappresentanti di schiavi non dovrebbe fare onore a nessuno per il semplice fatto che solo uno schiavo può rappresentare altri schiavi.

I padroni non considerano il lavoratore un uomo, lo considerano una macchina, un automa. Ma il lavoratore non è un attrezzo qualsiasi, non si affitta, non si vende. Il lavoratore è un uomo, ha una sua personalità, un suo amor proprio, una sua idea, una sua opinione politica, una sua fede religiosa e vuole che questi suoi diritti vengano rispettati da tutti e in primo luogo dal padrone.” (Giuseppe Di Vittorio, 1892-1957, sindacalista)

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