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Emergenza Cornavirus, CNA: “Centinaia le imprese dell’artigianato alimentare aperte in Basilicata che garantiscono ogni giorno cibo”

“A livello locale, afferma Leo Montemurro Presidente Cna, ci preme segnalare la dedizione e l’impegno profuso dalle nostre aziende del comparto alimentare tra i quali un posto di rilevo assumono le imprese di panificazione ritenute dai provvedimenti governativi essenziali che tra mille sacrifici e a rischio anche della salute dei titolari e dei propri dipendenti cercano di assicurare ai Cittadini tutti la produzione dei generi di prima necessità.

Vogliamo, inoltre evidenziare in modo forte e chiaro la totale estraneità a fenomeni di aumento ingiustificato dei prezzi atteso che in questo particolare momento con incassi ridotti del 50/60% è solo l’amore per il proprio lavoro e la generosità di essere oggi, ancor più di ieri, al servizio delle comunità ciò che tiene regolarmente aperte le serrande dei negozi alimentari.

I panificatori, ad esempio, costretti a lavorare in condizioni di emergenza, con organici ridotti non hanno assolutamente variato i propri listini, anzi anche a fronte di piccoli ritocchi giustificati dagli aumentati costi aziendali derivanti dai disservizi che si stanno verificando soprattutto nelle filiere – ad esempio nei trasporti – a monte delle proprie attività hanno assorbito sui propri bilanci tali aumenti, senza trascurare anche l’essere sempre pronti a venire incontro a chi è in difficoltà garantendo senza costi aggiuntivi la consegna a domicilio della spesa.

Il nostro invito al riguardo rivolto in primis alle Associazioni dei Consumatori è quello di evitare un generalizzato allarme che indispone la popolazione anche nei confronti di chi da sempre ha fatto della correttezza etica e comportamentale – a livello di trattamento ed inquadramento del personale dipendente, di scelte che hanno sempre privilegiato la qualità nell’utilizzo delle materie prime, dell’ossequio e rispetto pedissequo di tutte le norme igieniche e sanitarie, del rispetto verso la clientela – il proprio carattere differente. Se ci sono situazioni di aumento generalizzati dei prezzi è giusto e doveroso denunciarle ma, ripetiamo, evitiamo di innescare situazioni che alla fin fine colpiscono nel mucchio e mai coloro che effettivamente stanno agendo in maniera sbagliata.

La situazione, invece, della filiera agroalimentare a livello italiano , anche secondo la ricerca pubblicata da ISMEA, restituisce l’immagine di un settore che, risente della situazione di crisi, ma ancora sotto controllo in termini di tenuta e capacità di garantire l’approvvigionamento dei mercati finali. Bisogna considerare però, che la veloce evoluzione del contesto, anche a livello internazionale, potrebbe rapidamente mutare gli scenari in cui stanno operando i settori, infatti già rispetto alle prime settimane di crisi la situazione complessiva è mutata in maniera anche radicale.

La progressiva chiusura del canale Horeca ( Hotel, Bar e Ristoranti), non solo a livello locale, nazionale ma anche internazionale, ad esempio, ha sottratto un canale di sbocco importantissimo per i prodotti di posizionamento alto e medio-alto (per esempio vino o formaggi) e che assorbe percentuali rilevanti dei flussi complessivi di export, e in prospettiva potrebbero poi palesarsi ulteriori difficoltà.

Nelle imprese comincia a essere problematica la carenza di manodopera, a cui si aggiungono criticità a livello di logistica e trasporti. Inoltre la paventata chiusura delle frontiere di alcuni Paesi esteri potrebbe causare problemi per l’approvvigionamento di materie prime da trasformare o di prodotti finiti per il quale il nostro Paese non è autosufficiente.

Per garantire le forniture alimentari a 60 milioni di persone in questo periodo, quasi tutta la filiera agroalimentare è in attività con oltre un milione di imprese divise tra le 700mila aziende agricole, 70mila industrie alimentari di cui 50.000 artigiane, 300 mila attività di ristorazione di cui il 15% artigiane, che con la consegna a domicilio raggiungono paesini sperduti fra le campagne e le montagne del nostro Paese, e con oltre 200mila punti vendita, tra ipermercati, supermercati, discount alimentari, minimercati e altri negozi di generi alimentari.

La filiera alimentare conta complessivamente circa 3,6 milioni di addetti, con una media di 3 addetti ad azienda, a dimostrazione che anche in questo settore sono le piccole imprese che formano l’ossatura principale, un tratto saliente dell’economia italiana che riflette tradizioni e imprenditorialità diffuse nei territori.

Malgrado le dimensioni aziendali, l’Italia è il primo produttore UE di riso, grano duro e vino, dei prodotti tipici della Dieta Mediterranea come pomodori, frutta e verdura, di olio e di olive da olio, mandorle e castagne, di salumi e formaggi conosciuti in tutto il mondo. L’Italia è leader indiscusso nella UE per la qualità alimentare con il primato delle Indicazioni Geografiche 299 specialità DOP IGP riconosciute a livello comunitario e 415 vini DOP, 5.155 prodotti tradizionali regionali censiti lungo la Penisola, la leadership nel biologico con oltre 60mila aziende agricole biologiche e il primato della sicurezza alimentare mondiale con il minor numero di prodotti agroalimentari con residui chimici irregolari.

Questa situazione di emergenza sanitaria con conseguente blocco dell’economia in Italia e non solo, potrebbe però mettere in ulteriore difficoltà le micro imprese, che hanno una capacità finanziaria limitata e quindi bisognose di moneta a breve per non fallire, questo è un impegno che lo Stato deve assumere, perché se questo succedesse sarebbe anche la fine del sogno italiano che negli ultimi venti anni è stato il vero protagonista dei mercati enogastronomici mondiali, con oltre 40 miliardi di esportazioni e un indotto di turismo difficilmente quantificabile.

Dobbiamo agire, ci vuole creatività, una strategia, una visione di insieme, unità di tutta la filiera. Su questo un aiuto potrebbe arrivare anche dalle piattaforme digitali, anche perché per i grandi eventi per il rilancio del settore come le fiere dovremo aspettare un po’ di tempo e comunque non prima del 2021.

Occorre dunque, conclude Montemurro, agire locale per ritornare a pensare globale”.

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